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Prato

l'inchiesta

Mafia dei pancali, chiesto il processo per 51 persone

Matteo Leoni
I controlli della Guardia di finanza di Prato svolti un anno fa in una delle aziende coinvolte
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I controlli della Guardia di finanza di Prato svolti un anno fa in una delle aziende coinvolte

Anche due imprenditori domiciliati a Prato coinvolti nell'inchiesta giunta al termine. Le accuse principali sono di associazione a delinquere e riciclaggio

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PRATO. Prosegue la vicenda giudiziaria legata alla cosiddetta “mafia dei pallets” o dei pancali, che riciclava denaro sporco sfruttando imprese di Prato e Firenze. La procura fiorentina ha chiesto di mandare a processo 51 persone. La decisione finale toccherà al gip: proprio in queste settimane all'aula bunker di Firenze è in corso l'udienza preliminare, che secondo le previsioni dovrebbe terminare nel mese di aprile.

I reati contestati, a vario titolo, sono quelli di associazione per delinquere, riciclaggio, autoriciclaggio, intestazione fittizia di beni, contraffazione di documenti d'identità e sostituzione di persona. L’associazione a delinquere avrebbe immesso nel circuito economico denaro di provenienza illecita attraverso le creazione di una galassia di 33 imprese con sedi in tutta Italia, in particolare in Toscana - soprattutto a Prato - in Sicilia e nel Lazio, tutte aventi per oggetto sociale il commercio dei pallets, le pedane in legno usate per il trasporto e la movimentazione di materiale. Nel febbraio 2020 furono arrestate 12 persone fra cui due i pratesi, il primo, finito subito in carcere, Alfonso Domenico Imperiale, originario di Lesina in provincia di Foggia ma di fatto domiciliato a Prato; per il secondo, Santo Bracco originario di Gangi (Palermo) ma residente a Prato, scattarono i domiciliari. Nel frattempo dei 60 indagati sono stati mandati a processo in 51.

Per i magistrati titolari dell'inchiesta, il pm della Dda Giuseppina Mione e il pm Francesco Sottosanti, il denaro riciclato era frutto degli affari criminali della “famiglia mafiosa di Corso dei Mille" di Palermo, capeggiata da Pietro Tagliavia, condannato con sentenza irrevocabile per il reato di associazione mafiosa, figlio di Francesco Tagliavia, condannato all'ergastolo per le stragi di via d'Amelio a Palermo e via de' Georgofili a Firenze. Complessivamente la guardia di finanza ha ricostruito un flusso di denaro illecito per 150 milioni di euro, 39 milioni dei quali provenienti direttamente da soggetti palermitani legali a Cosa Nostra.

Le aziende usate da Cosa Nostra per emettere fatture per operazioni inesistenti - definite “fantasmini” nel gergo del gruppo criminale - e riciclare così il denaro di provenienza illecita, erano intestate spesso a prestanome, anche stranieri. C’erano anche imprese esterne al circuito criminale, che pagavano le false fatture con bonifici. Poi il denaro, a questo punto ripulito, veniva restituito loro in contanti, con una detrazione del 10 per cento. Il denaro finito sui conti delle ditte mafiose veniva recuperato dai prestanome attraverso numerosi prelievi allo sportello.

Emblematico il caso due cittadini dello Sri Lanka, titolari di altrettante ditte individuali di Prato formalmente impegnate nel commercio del pallets, sui cui conti correnti nel giro di due anni sono transitati circa 20 milioni di euro. In una delle conversazioni intercettate, al fratello di uno dei prestanome vengono rammentati i rischi in cui sarebbe incorso in caso di infedeltà: «Loro ammazzano, vengono da Palermo e ammazzano». Una volta ripulito attraverso il sistema di false fatturazioni, il denaro tornava alla cosca in Sicilia.

 

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