Il Tirreno

Prato

Il figlio dell'ex vicesindaco rinviato a giudizio per violenza

L'ingresso del Palazzo di giustizia
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L'ingresso del Palazzo di giustizia

Gabriele Borchi è accusato di aver avuto rapporti con una ragazza che, secondo la Procura, all'inizio della relazione non aveva ancora compiuto 14 anni. Lui si è sempre dichiarato innocente: "Indagini non trasparenti, anche altri si dovranno difendere nel processo"

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PRATO. Gabriele Borchi, figlio dell'ex vicesindaco di Prato all'epoca della giunta Cenni, è stato rinviato a giudizio oggi, 17 marzo, con l'accusa di violenza sessuale nei confronti di una ragazza che, secondo la Procura, all'inizio della relazione non aveva ancora compiuto 14 anni. Atti "consensuali" in principio, sempre secondo l'accusa, ma vietati dalla legge in ragione dell'età della parte lesa. Si tratta dell'esito di un procedimento di cui si ebbe notizia nel gennaio 2017, quando Borchi fu messo agli arresti domiciliari in seguito a un'indagine condotta dai carabinieri e coordinata dal sostituto procuratore Antonio Sangermano. Oggi Borchi, difeso dagli avvocati Massimiliano Tesi e Manuele Ciappi, è comparso davanti al giudice dell'udienza preliminare Francesco Pallini. Il pubblico ministero Laura Canovai ha insistito per il rinvio a giudizio, la difesa per il proscioglimento e il giudice ha disposto il processo, che inizierà il prossimo 4 giugno.

Borchi si è sempre dichiarato innocente e in serata ha diffuso una dura nota in cui mette in dubbio l'imparzialità delle indagini che sono state condotte sul suo conto.

"Questa brutta vicenda pesa su di me da oltre quattro anni - scrive - per accuse infamenti e totalmente false. Mi sono fatto immediatamente interrogare dal Pubblico Ministero che per primo ebbe a condurre le indagini. Ho dato risposta ad ogni quesito che mi è stato posto ed ho fornito elementi rilevanti per dimostrare la falsità delle accuse che mi sono state rivolte. Successivamente ho dimostrato al Pubblico Ministero che ha ereditato il mio fascicolo, con atti e documenti, che le indagini nei miei confronti sono state condotte, per usare un linguaggio moderato, in modo tutt'altro che trasparente dalla polizia giudiziaria. Ho richiesto, come previsto dalla legge, che fossero svolte alcune specifiche indagini per cercare di recuperare elementi di prova a mio favore, che la precedente gestione delle indagini non ha consentito di acquisire, ma nulla è stato fatto. Nonostante la penalizzazione che ritengo di aver subito, mi sono fatto nuovamente interrogare e di nuovo ho dato risposte coerenti, oltre a dimostrare la concreta possibilità di falsificazione delle prove a mio carico, ma a tutto ciò è stato dato scarso rilievo ed stato richiesto il mio rinvio a giudizio. Mi è stato spiegato che l'udienza preliminare di oggi rappresentava un passaggio obbligato per giungere al dibattimento perchè il giudice odierno, davanti a prove contrastanti, come quelle presenti nel fascicolo a mio carico, deve dare un giudizio che è riservato al giudice del dibattimento. Dunque, abbiamo la data in cui un giudice, in un processo pubblico, inizierà a raccogliere le prove ed a valutarle, per accertare il reale svolgimento dei fatti e questo mi solleva, così come mi conforta l'idea che, pur essendo il processo a mio carico, non sarò l'unico a doversi difendere: anche altri dovranno giustificare le proprie condotte e ciascuno, nel proprio specifico ruolo, dovrà assumersi le proprie responsabilità. Non so spiegarmi perchè, ma, nonostante tutto, continuo a credere nella Giustizia".

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