Il presidio
«Sì, è possibile riammalarsi di Covid»
L’infettivologo Menichetti commenta il caso della donna pratese morta al Santo Stefano dopo essere guarita a marzo
Ci si può ammalare di Covid, guarire e poi infettarsi di nuovo con conseguenze letali? «Purtroppo sì – risponde il professor Francesco Menichetti – La possibilità teorica e anche pratica esiste». Menichetti è il direttore della Clinica di malattie infettive dell’ospedale di Pisa e commenta così il caso della donna di Prato, Anna Maria Frattani di 72 anni, che nei giorni scorsi è morta all’ospedale Santo Stefano. La paziente era risultata positiva al virus a marzo, l’aveva superato e poi si è di nuovo ammalata a novembre.
«Sul caso specifico non mi posso pronunciare – dice il professor Menichetti – perché bisognerebbe vedere le cartelle cliniche. Però in linea di massima ci si può reinfettare per due motivi. Il primo è quando la risposta immunologica alla prima infezione è debole e non produce anticorpi. Il secondo è quando l’organismo produce anticorpi, che però dopo tre o quattro mesi cominciano a calare e non danno più la copertura sufficiente». Il caso della paziente pratese, comunque raro, potrebbe essere spiegato così.
Meno probabile, secondo l’infettivologo, è la morte in conseguenza di una delle varianti del virus che sono apparse negli ultimi mesi (quella inglese è la più famosa). «Questa è un’ipotesi solo teorica – dice – In realtà non sappiamo se queste varianti sono in grado di sfuggire agli anticorpi prodotti in precedenza. Non siamo nemmeno assolutamente sicuri che il vaccino riuscirà a coprire la variante inglese. Per ora sembra di sì, ma bisogna vigilare. Alcune mutazioni potrebbero aggirare il vaccino. L’ultima cosa che non sappiamo è quanto dura la copertura vaccinale, perché è passato troppo poco tempo dalla produzione».
Quello che invece sappiamo, spiega ancora Menichetti, è che «aver contratto il virus non dà un’immunità a vita». Ormai non sono più tanto rari i casi di pazienti che, dopo alcuni tamponi positivi al coronavirus, non sviluppano anticorpi.
«Funziona un po’ come per l’influenza – dice il professore – per la quale facciamo il vaccino ogni anno».
Questo significa che dobbiamo aspettarci un nuovo vaccino anti-Covid tra un anno? Menichetti dice di no: «Guardi, intanto mi accontenterei che il programma vaccinale iniziato in questi giorni procedesse coi tempi programmati per coprire gli ospiti e il personale delle case di risposo e poi tutti gli operatori sanitari. Non sarà facile. Bisogna trovare chi vaccina e trovare i luoghi dove si vaccina. In ospedale è semplice, altrove un po’meno».
Tra le difficoltà da superare c’è anche la resistenza di una parte del personale delle Rsa, e in certi casi anche di una piccola parte del personale ospedaliero, a sottoporsi al vaccino. «Mah – commenta Menichetti – È vero che il vaccino non è obbligatorio, ma se io lavoro in una casa di riposo e non mi voglio fare il vaccino, allora dal giorno dopo potrei pensare di fare un altro lavoro. In America se sei un medico e non ti vaccini non ti fanno entrare in ospedale, mi sembra giusto. Del resto funziona così anche in altri mestieri. Chi lavora in edilizia deve prendere le misure di sicurezza (casco, imbracature, ecc.) , altrimenti non dovrebbe stare sul cantiere». Nel caso dei sanitari in gioco è anche la sicurezza dei pazienti, non solo la propria. –
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