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Leonardo Secci il volontario finito in quarantena: rispettate le regole
Da quaranta giorni è chiuso in un albergo sanitario «In tanti anni mai vissuta una situazione così difficile»
prato. È rinchiuso in una stanza d’albergo destinato ai positivi al coronavirus da quaranta giorni. Poco meno di un giorno per ognuno dei suoi 43 anni trascorsi come volontario sui mezzi di soccorso, ma non sa ancora quando finirà il suo calvario. È stato fra coloro che hanno portato aiuto dopo gli attentati alla stazione di Bologna e nella galleria di Val di Sambro, ma anche nel terremoto dell’Irpina.
«Eppure una cosa come questa del Covid non avrei mai pensato di poterla vivere – racconta Leonardo Secci dalla sua stanza d’albergo – Sappiamo più o meno quando questa pandemia è iniziata ma non sappiamo quando potrà finire, perché quelle indicate sono tutte ipotesi, senza considerare la prima ondata, la seconda e adesso si parla di una terza, e addirittura di una variante del virus».
Poi il volontario della Pubblica Assistenza l’Avvenire, che in questo mese da “recluso” continua comunque ad essere in smart working facendo il responsabile del 118 per la Pubblica Assistenza della sezione di Prato Sud a San Giorgio a Colonica, passa a raccontare la sua esperienza a cominciare dallo scorso febbraio e che lo ha visto isolarsi dalla famiglia per evitare il possibile contagio visto l’attività di volontario sulle ambulanze dedicate al soccorso dei possibili malati da Covid. Lo ha visto preoccupato per i comportamenti collettivi dell’estate scorsa, e poi per la morte di colleghi e la propria positività.
«Qualche mese fa è iniziato questo incubo del virus, dove tutti quanti ci siamo trovati a fronteggiare una situazione che ci è rimasta difficile da comprendere e di conseguenza da accettare così da rispettare le regole per sopravvivere, specialmente se ancora non ci tocca personalmente o da vicino – racconta Leonardo Secci – Operando sulle ambulanze, mi sono trovato a dover prendere delle decisioni importanti per la sicurezza della mia famiglia. Cosa fare? Tornare a casa o rimanere fuori? La mia scelta è stata una via di mezzo: isolarmi in casa mia. Infatti uscivo di casa prima che si alzassero tutti gli altri e vi rientravo quando tutti dormivano per evitare contatti. Questo è andato avanti per 100 giorni, per evitare di creare problemi alla mia famiglia, un isolamento voluto e particolare».
Poi analizza quanto accaduto al termine della cosiddetta prima fase. «Quando il 4 di giugno siamo stati liberati e ho visto il comportamento delle persone da cui sembrava che il periodo appena passato non fosse toccato a loro, questo mi ha lasciato veramente basito – dice Secci – Poi le vacanze dove non riuscivo a credere a quello che vedevo in televisione, ma quello che è stato peggio, è stato non voler credere o capire che tutto questo avrebbe portato ad una ricaduta, come è successo».
«Non voglio dire che hanno sbagliato il governo, la sanità – dice ancora – oppure che quello è l’untore, ma la fiducia riposta da chi sperava di avere a che fare con persone consapevoli è stata mal riposta e abbiamo visto i risultati».
«Purtroppo nella seconda ondata sono rimasto contagiato anche io e ho dovuto andare in quarantena – aggiunge Leonardo Secci – in questi giorni ho sentito e avuto alcune notizie belle e altre molto negative, ho perso degli amici, dei volontari, in particolare uno di loro: in 25 anni di attività insieme, abbiamo formato generazioni di nuovi volontari, e oggi purtroppo non c’è più. E pensare che l’ultima volta che l’ho visto l’ho dovuto accompagnare al pronto soccorso perché non stava bene. Mi piange il cuore. Ma rimango ancora basito – prosegue – per tutto quello che leggo, sento e mi domando: ma siamo veramente meritevoli di una fiducia, di una speranza di uscire da questo momento? Io dico che purtroppo non è così perché la consapevolezza è dentro di noi ma non riusciamo più ad usarla, l’istinto di sopravvivenza che dovrebbe metterci in allarme e trovare il modo di sopravvivere e di aiutare veramente e seriamente gli altri non riesce a entrare in funzione o almeno non completamente».
Poi Secci conclude: «Vedere i politici discutere quando gli italiani si ammalano, muoiono per via di questo virus che non risparmia nessuno, non conosce colore della pelle, ceto sociale o religione, fa male. Tutti sono potenziali vittime di questo virus. Chi viene colpito, se non ha fortuna o l’attimo giusto di sopravvivenza, entra a far numero nelle stime dei deceduti. Direi che è giunto il momento di muoversi per evitare una terza ondata con regole giuste, che devono essere rispettate da tutti». –
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