Il Tirreno

Prato

il ricordo degli amici 

«Diventò Pablito, per noi rimarrà sempre Paolino»

paolo nencioni
«Diventò Pablito, per noi rimarrà sempre Paolino»

I fratelli Mondanelli raccontano Rossi da piccolo sul campetto di Santa Lucia «È stato lì che ha iniziato a dribblare il mondo, si capì che era un predestinato»

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«Per gli italiani e il resto del mondo è Pablito, ma per noi è sempre stato e rimarrà Paolino, quello che giocava al campetto». Fiorenzo Mondanelli è uno dei ragazzi di Santa Lucia che negli anni Sessanta passavano i pomeriggi all’oliveta, il campino spelacchiato dove adesso sorge l’anfiteatro accanto al Bisenzio. E dove il ragazzo Paolo Rossi ha dato i primi calci al pallone. «Si arrivava alla spicciolata, si facevano le squadre e lui era sempre la prima scelta - ricorda Mondanelli - Gli davano la palla e faceva gol da tutte le parti, ha iniziato allora a dribblare il mondo e già si capiva che era un predestinato. Ma sia da ragazzo che da calciatore affermato non è mai stato genio e sregolatezza (anche se calcisticamente era un genio). Non era come Maradona, insomma».

Paolo e Fiorenzo sono poi stati compagni di scuola alla media Filippo Lippi, quando Rossi aveva già capito quale sarebbe stata la sua strada nella vita. «Mi faceva una rabbia incredibile - sorride Mondanelli - Quando c’era un compito in classe, oppure l’interrogazione, arrivavano quelli della Cattolica Virtus (la squadra di Firenze dove Rossi andò a giocare dopo Santa Lucia e Ambrosiana, ndr) e l’insegnante lo faceva uscire. “Deve andare a giocare” dicevano, e noi rimanevamo lì a fare il compito... Lo facevano giocare anche con quelli più grandi ed era spesso impegnato anche in due partite, una dietro l’altra. Poi ha lasciato Prato ma tornava spesso a trovare i genitori e i suoi amici li teneva nel cuore. Era una persona generosa, espansiva, estremamente corretta. L’ultima volta ci siamo visti allo spettacolo di Conti, Pieraccioni e Panariello a Firenze, ci siamo abbracciati, era come se il tempo non fosse passato».

Tra i ragazzi del campetto di Santa Lucia in quei caldi pomeriggi di mezzo secolo fa c’era anche il fratello di Fiorenzo, l’ex assessore Dante Mondanelli: «Ci davano il via alle due e si andava avanti fino all’ora di cena. Mi ricordo la mamma di Paolo che si arrabbiava perché a forza di palleggiare gli si rompevano le scarpe, come a tutti del resto. E la cosa che più ci colpiva era che fosse sempre al posto giusto nel momento giusto. Noi si pensava che fosse culo, lui una volta mi disse “Mi viene da pensare prima dove va a finire la palla”, così, semplicemente. Era ed è rimasto un ragazzo buono. Mi ricordo quella volta che abbiamo visto insieme Italia-Germania 4-3. Passarono pochi anni e la maglia della nazionale se la mise lui».

Gli amici rimasero a Prato a tifare per ogni maglia indossata da Paolo Rossi, compresa quella della Juventus. «All’epoca avevo l’ambulatorio a Santa Lucia - racconta Mondanelli - proprio accanto al circolo Lord Byron, dove avevano fondato un viola club. E mi ricordo le battaglie e le discussioni col babbo di Paolo, Vittorio, che si accalorava. Santa Lucia era un borgo, ci si conosceva tutti, e Paolo era uno di noi, una persona buona, generosa, mai supponente. Con lui se ne va un pezzo della nostra vita». —



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