Il presidio
Il segreto del Dagomari, mascherina in classe e i cinesi non scappano
È l’unica scuola superiore di Prato che ha imposto l’obbligo per un mese I genitori italiani protestano, ma gli orientali così si sentono più sicuri
prato
C’è un istituto superiore che non registra emorragie di studenti cinesi. Un osservatorio privilegiato è quello del Dagomari dove i ragazzi orientali rappresentano circa il 40%. Sono quasi tutti in classe, distanziati e… con la mascherina. Sì, perché la scelta dell’istituto guidato dalla dirigente Maria Gabriella Fabbri è stata quella di far indossare anche durante le lezioni la mascherina, in corso di distribuzione in 58 classi (stamattina sarà completata la consegna). Lunedì un genitore aveva scritto al Tirreno polemizzando contro questo obbligo su cui il Comitato tecnico-scientifico si era espresso a fine agosto: il dispositivo diventa obbligatorio per gli alunni al banco nel caso in cui non sia garantito il distanziamento. Ma al Dagomari questo è assicurato: durante l’estate sono stati addirittura smantellati tre laboratori per fare posto a nuove aule.
«Le mascherine al banco rispondono al principio di massima precauzione possibile, una scelta temporanea per le prime quattro settimane di scuola – ricorda la preside Fabbri – Scelta che è stata condivisa con il consiglio d’istituto e con le famiglie opportunamente informate con incontri attraverso la piattaforma Meet. Gli alunni sono sereni, tutti sanno che si tratta comunque di una misura provvisoria».
Se i genitori italiani hanno fatto qualche telefonata in segreteria preoccupate per lo stress causato dall’indossare la mascherina per i figli, qualche mamma cinese ha apprezzato l’iniziativa sentendosi rassicurata. Oltretutto, finché il bel tempo lo consente al Dagomari si fa lezione anche in giardino, dando così la possibilità di abbassare la mascherina all’aperto.
Nella comunità cinese, una delle “resistenze” a far rientrare gli alunni è legata alle misure di sicurezza stabilite dalle linee guida nazionali, spesso giudicate insufficienti. Alcuni hanno lamentato la scarsa distanza fra i banchi, altri sono scettici sul far abbassare la mascherina a lezione. «Nessuno impone di toglierla», precisa Claudia Del Pace, preside dell’istituto Mascagni. Alle materne e primarie di San Paolo, dove gli studenti cinesi rappresentano il 65% su un totale di 1.350 iscritti, le assenze sfioravano il 45% nel primo giorno. Pochissime invece le defezioni alle medie. Ma il secondo giorno è stato «leggermente migliore», per dirla con la dirigente. «Si sta spargendo la voce che le scuole sono sicure. Bisogna monitorare meglio il fenomeno, per questo siamo impegnati in una ricognizione classe per classe per raggiungere le famiglie. Le situazioni sono variegate, qualche bimbo è tornato in Cina». Per legge la segnalazione dell’evasione dell’obbligo scolastico spetta al dirigente dopo il primo mese di mancata frequenza non giustificata. Ma visto che il fenomeno riguarda trasversalmente altri istituti, i presidi vorrebbero stabilire una linea comune e per questo s’incontreranno al più presto.
E il Comune? «Vediamo il bicchiere mezzo pieno – rassicura l’assessora alla pubblica istruzione Ilaria Santi – Rispetto alle previsioni, la situazione è meno peggiore di come era stata preannunciata. I nostri uffici continuano a fare opera di informazione attraverso il canale Wechat e a fine settimana avremo un incontro con le associazioni cinesi». —
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