Pandemia e lavoro, a Prato è rimasto a casa un lavoratore su due
L'analisi dell'osservatorio della Cgil e Pin sulla crisi è da bollettino di guerra: nuove assunzioni quasi dimezzate rispetto al 2019
PRATO. Più della metà dei lavoratori di Prato e provincia sono a casa da lavoro o lo sono stati negli ultimi 6 mesi, perché in cassa integrazione o simili, a causa dell’emergenza Covid-19. È quanto emerge dal secondo rapporto de “L’osservatorio della crisi pandemica nella provincia di Prato” commissionato da Cgil Prato al Laboratorio di Scienze del lavoro del Pin.
«Sono dati che raccontano che stiamo vivendo un momento drammatico – commenta il segretario di Cgil Prato Lorenzo Pancini – e che evidenziano l'impoverimento di un territorio. Perché chi è rimasto a casa pur con la copertura degli ammortizzatori sociali ha percepito il 30 o 40% in meno dello stipendio». Una situazione che ha interessato oltre 70mila lavoratori dipendenti dell’area pratese. Più di 9 milioni le ore di lavoro “perse”, coperte con la cassa integrazione ordinaria o in deroga e il fondo d’integrazione salariale, a cui vanno aggiunte quelle del fondo di solidarietà bilaterale per l’artigianato, che ha coinvolto 10.500 lavoratori. In questo quadro il mercato del lavoro appare “congelato”, con movimenti ridotti al minimo.
Le nuove assunzioni tra aprile e giugno sono infatti quasi dimezzate rispetto al 2019 (- 47,4%) e anche le proroghe e le trasformazioni dei contratti (comprese quelle da tempo determinato a indeterminato) sono calate, del 20,8% e 33%. Il saldo tra avviamenti e cessazioni di rapporti di lavoro rimane tuttavia positivo: ciò è dovuto in parte al blocco dei licenziamenti imposto dal governo, in parte al cosiddetto “rimbalzo occupazionale”, ossia l’impennata di richiesta di manodopera da parte delle industrie, specie quelle tessili, per evadere al più presto gli ordini acquisiti prima del lockdown, nel timore di cancellazioni.
Cosa che ha provocato anche un boom di lavoro somministrato, perché più flessibile (soprattutto in uscita): da aprile a giugno è “schizzato su” del 66%, recuperando in soli 2 mesi quasi il crollo dovuto al lockdown (-70%). Un fenomeno tuttavia, quello del rimbalzo occupazionale, che non è destinato a durare, facendo presagire per i prossimi mesi un ulteriore peggioramento dei dati. Anche perché la produzione industriale del pratese tra febbraio e aprile è calata del 37,7% (-60% ad aprile), più che altrove in Toscana, la cui media è di -28,7%. Uno “schiaffo più forte” sferrato della pandemia alla città laniera che si spiega con la sua specializzazione produttiva nel tessile, settore molto penalizzato dall’emergenza.
Calate anche le esportazioni, del 4% rispetto al 2019 tra gennaio e marzo (periodo solo in parte di lockdown ma che già risentiva dell’”effetto annuncio”), in particolare per filati (-15,4%) e tessuti (-12,5%). Meno 1,75% per l’export verso l’Europa, il che, essendo il mercato europeo quello più importante per l’area pratese, significa una perdita di quasi 98 milioni di euro rispetto al 2019. «Il quadro è quello di un’economia messa all’angolo – commenta Pancini – Molto dipenderà dalla ripartenza o meno dei mercati internazionali a settembre, ma non solo: anche da quello che il distretto sarà in grado di offrirgli».
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