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L’ex fidanzato augura la morte alla compagna: condannato
La ragazza era una malata terminale ed è poi deceduta. Lui le scriveva: «Voglio porre fine alle tue sofferenze, ammazzarti sarebbe la cosa migliore»
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La condanna a due anni e quattro mesi di reclusione, inflitta la scorsa settimana dal giudice dell’udienza preliminare Francesco Pallini al trentenne Luca Cai, ritenuto colpevole di atti persecutori nei confronti della sua ex fidanzata, sarebbe una condanna come tante, perché purtroppo non passa settimana senza che le forze dell’ordine e i giudici siano costretti a occuparsi di casi del genere.
Se non fosse per un particolare che rende la vicenda molto più dolorosa: la parte lesa, l’ex fidanzata con la quale Cai aveva avuto una relazione altalenante di circa due anni dal 2012 al 2014, era una malata terminale, soffriva di fibrosi cistica ed è morta prima che si arrivasse alla sentenza di primo grado. Come si augurava il suo ex fidanzato, peraltro.
L’imputato ovviamente non ha dovuto rispondere anche di questo, cioè della morte della giovane, ma certo il giudice, che vive di codici ma è fatto di carne e sangue come tutti, può essere stato colpito dalla singolarità della vicenda e ha inflitto una pena leggermente più alta di quella chiesta dal pubblico ministero Valentina Cosci.
Perché questo non era un caso di stalking come tutti gli altri. Il copione era lo stesso: lui ama lei, lei lo ricambia, poi lui diventa geloso, violento, lei lo molla e lo riprende, alla fine lei si stufa e tronca il rapporto ma lui non lo accetta, diventa una furia quando sospetta che lei si veda con un altro e inizia una sequela di insulti (irripetibili), minacce di morte, senza nessuna preoccupazione di non lasciare tracce. Lui le scrive sms, pubblica deliranti messaggi sul suo profilo Instagram in cui non la chiama mai per nome ma le augura le cose peggiori, associate a immagini di demoni armati di pistola e scheletri. «Che voglio ucciderti è dir poco... voglio porre fine alle tue sofferenze e credo che ammazzarti sia la cosa migliore». È solo un esempio, riportato nel capo d’imputazione, delle decine di messaggi inviati dall’ex fidanzato deluso. Comprensibile che quando lei se lo ritrovava sotto casa andasse nel panico.
Ma come si diceva questo non è uno stalking come tanti altri perché la parte lesa, che è stata rappresentata in aula dall’avvocato Stefano Camerini, in quei mesi stava combattendo una difficile battaglia contro la malattia, una battaglia che finirà per perdere, e l’ex fidanzato lo sapeva, perché quando fu interrogato per la prima volta dai carabinieri, nel tentativo di difendersi dalle accuse, raccontò di aver aiutato la sua compagna, di averla accompagnata più volte alle visite all’ospedale Meyer. Ma poi la rabbia per la fine della relazione deve aver superato anche la pietà verso una persona che stava molto male, e non solo per le minacce ricevute, che hanno solo reso un po’ più amara l’ultima parte della sua breve vita.
La giovane donna decise di staccare la spina alla relazione dopo l’ultimo violento litigio, nel settembre del 2014, e si rivolse ai carabinieri. In quel periodo il suo ex fidanzato, ora difeso da Tommaso Magni, se l’era presa anche con un suo amico, che sospettava fosse il nuovo amore della sua ex. «Sei fortunato che questa sera non sono abbastanza ubriaco, se no ti avrei già ucciso» gli disse all’ingresso di un locale di Maliseti dopo averlo colpito con un «nocchino». Di lì a poco i desideri dell’ex fidanzato si sono avverati e la ragazza è morta. —
paolo nencioni
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