Il Tirreno

Prato

L’intervista 

Nerbini, il vescovo che non ha smesso di essere un parroco in mezzo alla gente

azelio biagioni
Nerbini, il vescovo che non ha smesso di essere un parroco in mezzo alla gente

Il presule traccia un bilancio del suo primo anno a Prato: «Quella benedizione davanti alla piazza vuota, che emozione»

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prato

Era il 15 maggio 2019 quando Papa Francesco nominò vescovo di Prato il sacerdote Giovanni Nerbini. È trascorso un anno da quella data. Oggi il presule della Chiesa locale traccia un bilancio di pastore alla guida della comunità pratese.

Eccellenza, partiamo da quando riceve la notizia che il Santo Padre la vuole vescovo di Prato. Come ricorda quei giorni?

«Fui chiamato dalla Nunziatura il martedì di Pasqua e mi chiesero se il giorno seguente potevo andavo a Roma. Andai e mi fu detto della nomina e mi fu chiesto di accettare. Io non me la sono sentita di dire subito di sì e di accettare una cosa più grossa di me, né prevista né tantomeno pensata. Quindi chiesi del tempo per pensare e pregare e mi chiesero di tornare dopo una settimana. Tornai dicendo che avrei accettato la nomina e la notizia sarebbe stata data il 15 maggio».

L’annuncio venne dato a mezzogiorno del 15 maggio in contemporanea dalla diocesi di Prato, da quella di Fiesole e dalla sala stampa vaticana. Un giorno importante, vero?

«Partii da casa verso il palazzo vescovile di Fiesole col cuore gonfio e una notte agitata. In quel periodo persi completamente il sonno, che non ho mai perso nemmeno nei momenti difficili. Mi svegliavo la notte e non riuscivo ad addormentarmi. Quando arrivai dal vescovo di Fiesole mi chiese se avevo detto la cosa a mia sorella. Ma sapendo di non poter dire nulla a nessuno non avevo avvertito nemmeno lei. Le telefonai, allora, in quel momento. Era in auto col marito ed un’altra coppia, in viaggio per le vacanze. Le dissi che Papa Francesco mi aveva nominato vescovo di Prato».

I primi momenti da vescovo come sono stati?

«Li ho vissuti con stupore, ci sono cose alle quali ci si prepara gradualmente ma questa non è stata così. Anche oggi, a volte, quando durante una celebrazione sento dire il nostro vescovo Giovanni penso ma sono io, possibile? (e ride, ndr). Poi si entra nella conoscenza della realtà, anche se tutto inizia il giorno dopo l’ingresso, il 7 settembre. A Prato non mi sono mai sentito solo: ho avuto la collaborazione di persone che mi hanno introdotto nella realtà e poi mi sono sentito accompagnato e guidato dalla presenza del Signore che suggerisce e spinge verso certi sentieri. Dio non manca mai alle promesse che fa».

Quest’anno, purtroppo, il coronavirus.

«È stata un’emergenza che mi sono trovato a gestire. Penso ai lutti che ha causato, alle sofferenze generate. E poi ripenso a quelle messe celebrate durante questo periodo senza la presenza del popolo».

L’immagine che resterà nella storia è quella della sera del 19 marzo quando lei ha impartito la benedizione col Sacro Cingolo dal Pulpito di Donatello ad una piazza vuota, deserta.

«Un evento così non si era mai verificato nei secoli precedenti. È certamente un unicum che resterà nella storia. Nessuno, nemmeno io, poteva immaginava che impatto potesse avere quella benedizione».

Lei per 16 anni è stato insegnante elementare. Un’esperienza che si porta dentro.

«Si, è stato un lavoro di relazione, penso ai legami stabiliti, sento ancora ragazzi che ho avuto a scuola, alcuni li ho sposati, ho battezzato i loro figli. Nel mio modo di pensare e parlare c’è molto dell’insegnante. Mi preoccupo sempre se ciò che dico è chiaro e comprensibile, perché vengo da quel tipo di esperienza. Ha lasciato una traccia non di poco conto».

Ha da poco festeggiato i 25 anni da sacerdote. Cosa si prova?

«È una tappa del cammino non indifferente. Un bilancio grosso da quando avvenne quella svolta 31 anni fa (il vescovo fa riferimento a quando entrò in seminario, ndr). Le persone incontrate da parroco, i rapporti stretti, vicende condivise liete ma anche dolorose. Tutte cose che rimangono nel cuore»..

Può capitare di incontrarla per strada in centro mentre va al bar a prendersi un caffè. E i pratesi apprezzano molto questo suo modo di essere in mezzo alla gente.

«Per me è normale, tante abitudini che avevo da parroco sono rimaste». —

azelio biagioni

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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