Il presidio
«Datemi regole certe e riapro anche subito»
Silvia Pacetti (Baghino) perplessa sulle distanze tra i tavoli Ha preso un prestito e lo ha devoluto ai sette dipendenti
prato
Fino a due metri ci si può arrivare, tre è impossibile. E meno della metà dei posti a sedere andrà a farsi benedire: da 80 a 35. Anche il sedano ripieno di Baghino fa a cazzotti con le distanze sociali raccomandate dal protocollo Inail. In via dell’Accademia le cucine sono spente, la saracinesca è abbassata. È in funzione solo il servizio di take away – l’unico possibile in questo periodo – che dal 2014 consente di portare a casa le prelibatezze della cucina pratese. Il lockdown di Baghino ha i giorni contati. «Datemi regole certe e uniformi e sono pronta a riaprire martedì 19. Non potrei sopportare di prendere una multa…». La ristoratrice Silvia Pacetti ha mille pensieri in vista della fase 2. Per lei e tanti suoi colleghi si prospetta una riapertura con il metro in mano insieme a una netta sforbiciata di coperti. Non si scappa se la regola è quattro metri quadrati per cliente e due metri di distanza tra i tavoli. «Fortuna che i nostri spazi sono grandi e dunque possiamo permetterci di rivedere la disposizione dei tavoli. Ma i piccoli ristoranti come fanno? Mi vien poi da sorridere se penso che da lunedì si potrà andare a cena dagli amici. Per far tornare la gente al ristorante noi dovremo rispettare tante regole stringenti…». Si dice che l’appetito vien mangiando, ma potrebbe non essere piacevole tornare a mangiare fuori in mezzo ai camerieri con guanti e mascherine. «Quante persone potranno sedersi a un tavolo? Spero che a nessuno venga in mente di sanificare i servizi igienici ogni volta che verranno utilizzati». Le domande di Silvia non trovano al momento risposta, in attesa del nuovo Dcpm che darà il via alla fase 2 per i locali. Meno coperti significa meno fabbisogno di personale. Baghino impiega quattro camerieri, due cuochi e un lavapiatti. «Sono loro la forza del ristorante. Ci stiamo confrontando insieme per valutare ogni possibile opzione, compresa quella di tenere aperto sette giorni su sette pur di far lavorare tutti a turno». Nella fase 1 il cuore di Silvia è stato generoso. Baghino ha acceso un prestito bancario, uno di quelli che metteva a disposizione lo Stato per tamponare la carenza di liquidità. La proprietà non si è messa nulla in tasca. I fondi per l’emergenza sono stati ripartiti fra i dipendenti a corto di stipendio per via dei ritardi della cassa integrazione. Chi doveva pagare l’affitto, chi il mutuo. «Non potevo lasciarli da soli – confessa Silvia – senza i miei dipendenti non vado da nessuna parte». Nessuno si salva da solo. —
maria lardara
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