Il Tirreno

Prato

Intervento fuori dal comune 

Opera paziente positivo e lo salva Dopo un mese si sono incontrati

m.l.
Opera paziente positivo e lo salva Dopo un mese si sono incontrati

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PRATO

«Covid o non Covid, io quel paziente lo opero: non lo lascio perforato». Il chirurgo non ha un attimo di esitazione. Sa che ogni minuto è prezioso in queste circostanze. Scafandro, casco e bisturi: si va in sala. È il 25 marzo: l’attività chirurgica d’emergenza non si ferma. A finire sotto i ferri di Stefano Cantafio, direttore di chirurgia generale dell’ospedale Santo Stefano, è un paziente “speciale”, uno positivo al Covid-19. Si chiama Armido Ciatti, ha 87 anni e una peritonite acuta: è il primo malato di coronavirus a essere sottoposto a un intervento chirurgico al Santo Stefano. Pochi giorni prima, l’ex filatore di Montemurlo era entrato in ospedale. Il quadro sembrava compromesso, per via di una polmonite interstiziale bilaterale che andava a sommarsi a un enfisema pregresso. Ciatti non era nemmeno intubabile. Ma la Tac aveva dato evidenza di un’altra patologia: una perforazione duodenale. Di pazienti in peritonite il dottor Cantafio ne ha visti diversi nella sua carriera. Ma stavolta bisognava intervenire con un percorso dedicato, con tutte le protezioni necessarie. A distanza di un mese, Armido sta abbastanza bene. Il peggio è alle spalle, tanto che l’anziano è stato trasferito alla palazzina Ovest dell’ex Misericordia e Dolce nel reparto delle cure intermedie. Non è ancora pronto per le dimissioni perché l’ultimo tampone ha dato esito positivo. Ma ieri pomeriggio è successo qualcosa di straordinario. Con tutte le precauzioni necessarie, dopo un mese Armido e il dottor Cantafio si sono guardati negli occhi. Il paziente “difficile” e il chirurgo che gli ha salvato la vita. «Un incontro che non dimenticherò mai. Come questa esperienza: mai avrei pensato di ammalarmi di coronavirus e finire operato d’urgenza». Al telefono con Il Tirreno da un letto di ospedale, Armido si commuove. La mente è lucida, la voce è ferma. Anche per il chirurgo che lo ha operato l’esperienza è stata nuova. «In questo caso si è creato un rapporto basato su una fiducia incondizionata fra medico e paziente – racconta Cantafio – Il Covid non ci ha dato la possibilità d’interagire, così come non è stato possibile interloquire con i parenti come avviene normalmente, se non al telefono». Una volta operato, Armido è tornato in reparto Covid. Il chirurgo che lo ha ricucito lo monitorava a distanza senza avvicinarsi al suo letto. «Questo decorso positivo rappresenta una vittoria di tutto il sistema delle medicine e delle terapie – prosegue il chirurgo – Ha funzionato un determinato modello di cura e assistenza, nel quale anche i chirurghi si occupano della fase di ossigenazione dei pazienti Covid». Chirurghi gomito a gomito con gli internisti guidati dal direttore di medicina interna Massimo Di Natale e dalla dottoressa Pamela Lotti. Chirurgo di professione, fotografo per hobby: in mancanza della Canon che solitamente usa per i suoi scatti, Cantafio usa il telefonino per documentare la vita dentro l’ospedale in questo periodo di emergenza. Immagini di barelle e corridoi vuoti, il lavoro dentro e fuori i reparti, i corpi ricoperti nei sacchi di chi all’uscita dalla rianimazione non rivedrà il sole: uno scatto di Cantafio è finito anche sotto i riflettori del programma “Carta Bianca”. — m.l.

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