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Flora guarisce a 94 anni: «Bello rivedervi» È tornata a casa accolta come una star
prato
«È ancora tutto chiuso? Ho bisogno di farmi i capelli», chiedeva pochi giorni fa da un letto di ospedale nonna Flora, lei che ha sempre tenuto alla sua chioma. Lei che ha visto le bombe della Seconda guerra mondiale, ha conosciuto le fatiche del lavoro in fabbrica, ha avuto un ruolo al cinema recitando con De Sica e Papaleo. E ieri pomeriggio, dopo ben cinque settimane di ricovero al Santo Stefano, Flora Cecchi ha potuto constatare con i suoi occhi che le parrucchiere sono ancora chiuse ma, se non altro, ha potuto riabbracciare le figlie Sara e Alba. Un miracolo, un raggio di luce e speranza alla vigilia di una “fase 2” che si nutre anche di storie a lieto fine. Perché dal Covid-19 si può guarire. Anche se nasci nel 1926 e pensi di averne viste di tutti i colori a 93 anni. Anzi, 94 da compiere il 28 maggio: quello di Flora sarà un compleanno speciale, indimenticabile per tutta la famiglia riunita intorno allo stesso tavolo.
«Era tanto che non vi vedevo, è un sogno». Sono le prime parole che pronuncia nonna Flora fra le lacrime dei parenti quando i volontari della Misericordia l’accompagnano a casa, in via Torino a Montemurlo. L’ultranovantenne “di acciaio” è la paziente più longeva guarita dal coronavirus a Prato e dintorni. Sulla strada l’hanno accolta a suon di striscioni per dare il benvenuto alla montemurlese dalla tempra forte. Da «nonna, sei forte» a «bentornata Cipollona». Storie di affetti e relazioni di vicinato, inossidabili a qualunque virus. “Cipollona” è l’affettuoso appellativo che venti anni fa dava Flora a una bambina delle case accanto. Per giocare Flora la chiamava “Cipollina”, la piccola di rimando rispondeva con “Cipollona”. Ieri pomeriggio la 93enne è stata accolta come una star. Perché lei, in fondo, lo è. Non capita così spesso di recitare a 88 anni in due film (insieme alla compaesana Anaide Castellani): da “Sogni di gloria” con Carlo Monni a “La scuola più bella del mondo” con De Sica e Papaleo. Per Flora, l’ex rammendina prestata al cinema, ecco applausi e palloncini rosa conditi con un pizzico di ironia. «Ma bada che ci s’inventa per farsi delle girate», scherzava un vicino dal balcone. Il coronavirus è un brutto ricordo. Nonna Flora era messa davvero male. È entrata in ospedale il 14 marzo. Febbre alta, troppo bassa la saturazione. Tac e tampone: la signora riporta una polmonite interstiziale bilaterale. Per quasi un mese Flora vive dentro un pallone per respirare. «Ho avuto davvero paura di non rivederla più – si sfoga la figlia Sara – I medici mi dicevano che stava molto male, difficilmente si sarebbe ripresa a quell’età…». Poi, il miglioramento: al secondo e terzo tampone era ormai negativizzata. La figlia Sara riavvolge il nastro. «Non ha mai avuto patologie particolari. Non si sa dove possa aver contratto la malattia: l’unico posto che ha frequentato prima del blocco è stato il mercato». A proposito del blocco. Flora è entrata in ospedale con la serrata generale e dall’ospedale è rientrata sempre con la serrata generale. «Almeno con la guerra un po’ si usciva da casa – racconta Flora – Ma questa epidemia è peggio: le bombe le sentivi, il virus è invisibile». È dal 14 marzo che Sara non rivedeva la madre. L’ha sentita al telefono, con la videochiamata, quando era possibile. E per invogliarla a mangiare, su consiglio dei medici, le ha fatto avere in ospedale il suo cibo preferito: il pollo fritto. «Medici, infermieri e volontari: sono stati tutti straordinari». Flora ha ritrovato il calore della sua famiglia e di Bongo, il suo cane che senza la padrona ha smesso di mangiare per una settimana. Ieri l’appetito è tornato. —
Maria lardara
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