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cultura al palo 

Il Pecci in cassa integrazione «Ma le mostre non cambiano»

riccardo tempestini

Intervista alla direttrice Cristiana Perrella: «Aspettiamo il via alla riapertura ma non potremo fare eventi con centinaia di persone almeno fino al 2021»

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Causa coronavirus, il Centro Pecci è chiuso fino a chissà quando, ma da oggi la ventina di dipendenti della fondazione usufruisce del Fondo di integrazione salariale fino al 20 giugno, mentre quelli di Coopcultura sono gia in integrazione. Ne parliamo con la direttrice Cristiana Perrella.

Nuovo presidente e nuovo cda, il 2020 doveva essere l’anno del rilancio, grazie alle nuove prospettive finanziarie e invece…

«Di sicuro la situazione attuale ci coglie nel pieno di un momento di grande attività e di rilancio, con nuovi progetti in corso, un programma di mostre di alto profilo, la prossima riapertura di spazi che ho sempre considerato fondamentali come la biblioteca e le sale didattiche del museo. Il Consiglio appena nominato condivide con me la proiezione verso l’innovazione, il dinamismo, l’inclusività sempre maggiore del museo. Tutto questo non cambia ma va adeguato al momento, ai limiti che ciò che sta accadendo pone a tutti noi».

Non deve esser facile mandare avanti una struttura culturale con una ventina di dipendenti da 250 chilometri di distanza. Come ci riesce?

«Io sono a Roma, dov’è la mia famiglia e dove mi trovavo quando è iniziato il lockdown, appena tornata da un viaggio di lavoro a Londra. Sono in costante contatto con tutto lo staff, con il CdA, con Comune e Regione e con i nostri consulenti. Più che il telefono utilizziamo molto le varie piattaforme di videoconferenza».

Il programma espositivo cambierà?

«Il programma rimane. Da molto tempo lavoravamo alla proposta per il 2020-2021, le nostre mostre erano tutte pronte. Adesso si tratta solo di capire quando sarà opportuno riaprire e con quale tipo di organizzazione e di proposta. È possibile che cambi l’ordine in cui i progetti saranno presentati, anche in accordo con i nostri partner internazionali».

Forse è presto per parlare di riapertura, ma ha già pensato ai possibili adattamenti per il personale e i visitatori per adeguarsi ai nuovi protocolli?

«Naturalmente sarà tutto fatto per garantire ai lavoratori e al pubblico la massima sicurezza ma anche per rispondere all’esigenza delle persone di stare insieme, condividere esperienze reali e confrontarsi su di esse, cosa che credo sarà molto importante. Credo che le inaugurazioni saranno un momento da ripensare profondamente, magari gestendole per gruppi più ridotti, e poi il nostro public program. Credo che eventi con 400 e più persone, come molti di quelli che abbiamo ospitato negli ultimi mesi non saranno possibili almeno fino al nuovo anno».

Finora siete riusciti a non intaccare il consueto orario dei dipendenti ma prima della riapertura, del museo, è possibile dobbiate ricorrere alla cassa integrazione?

«Con la chiusura abbiamo messo tutti i dipendenti in smart working, fornendo hardware e software necessari a chi non li avesse e siamo riusciti a lavorare bene. Dal 4 aprile, stiamo utilizzando in parte ferie e permessi accumulati nel tempo. Dal 20 (oggi per chi legge, ndr) ricorreremo anche al FIS, ma solo in parte e solo per chi non ha più giorni da recuperare». —

riccardo tempestini

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