Il Tirreno

Prato

i funerali ai tempi del coronavirus 

«Sono soli sia nella malattia sia quando vanno al cimitero»

p. n.

Parla il responsabile dei servizi funebri della Pubblica Assistenza: «È una vera tristezza non avere più il contatto umano»

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«Sì, muoiono soli, c’è poco da dire. E sono soli anche quando vanno al cimitero. Ci siamo solo noi». Leonardo Lai, dei servizi funebri della Pubblica Assistenza, ha l’ingrato compito di accompagnare nell’ultimo viaggio le persone che muoiono in città. Un compito che è diventato anche più pesante nelle ultime settimane, col divieto dei funerali pubblici e le misure per il contrasto alla diffusione del coronavirus. «È una vera tristezza non avere più il contatto umano – racconta – Lo dico per le persone che se ne vanno e anche per i familiari che non li possono salutare, né prima né dopo».

«Da quando è iniziata questa emergenza funziona così – dice Lai – Ci chiamano i parenti per informarci del decesso, noi parliamo col medico curante, poi aspettiamo la scheda di morte e trasferiamo la salma alle Cappelle della Pubblica Assistenza».

Ai familiari resta solo il ricordo. I più fortunati sono riusciti a parlare coi loro cari grazie al telefonino o in videochiamata dall’ospedale. A molti altri non tocca nemmeno questo, per le condizioni del paziente. Molti scelgono la cremazione e la Pubblica Assistenza porta le salme di solito a Firenze o a Bagno a Ripoli (prima andavano a Pistoia). Ai servizi funebri della Pubblica Assistenza hanno preso le loro precauzioni. Hanno le protezioni personali richieste di questi tempi, ma non solo. «Un dipendente lo tengo in ferie – spiega Lai – Per un motivo preciso: se dovesse risultare positivo uno di noi qui in ufficio, il servizio si bloccherebbe completamente. Così invece abbiamo almeno una carta di riserva». – p. n.

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