Coronavirus, il dottor Berti: «Non faremo la fine della Lombardia, ma servono più posti letto»
Parla il capo del Dipartimento di prevenzione dell’Asl Toscana Centro: «Per la terapia intensiva Pistoia è quella messa peggio»
PRATO. «Se l’aumento dei nuovi casi continua a essere questo, ci sono fondate speranze di essere prossimi all’appiattimento della curva del contagio, ma bisogna essere estremamente cauti. Solo alla fine di questa settimana potremo capire se le misure prese dal governo avranno avuto un impatto concreto sulla diffusione del coronavirus».
Renzo Berti, capo del Dipartimento di prevenzione dell’Asl Toscana Centro, è in apnea da qualche settimana. Ogni giorno si alza e affronta un’emergenza che nessuno qui era abituato a fronteggiare.
Dottor Berti, c’è il rischio che la Toscana faccia la fine della Lombardia?
«Non credo, almeno questa è la nostra speranza. I numeri per ora sono molto diversi, e anche i tassi di incremento dei casi positivi. Oggi per esempio (ieri per chi legge, ndr) ne contiamo 39 nell’Asl Toscana Centro rispetto ai 55 di ieri. Dunque non c’è una crescita esponenziale».
Qualcuno però sospetta che il motivo sia che non si fanno abbastanza tamponi.
«In effetti c’è stato un rallentamento in questa attività perché i casi sono aumentati e non c’erano sufficienti protezioni per gli operatori che dovevano fare i tamponi a domicilio. A questo aggiungiamo che il laboratorio di Careggi dove arrivano tutti i tamponi ha una capacità che non è infinita. Attualmente riesce a dare 400 risultati al giorno e stiamo lavorando per aumentare la capacità diagnostica. In ogni caso non dimentichiamo che il tampone va fatto solo a chi presenta certi sintomi, non a tutti».
Nel caso di un’impennata dei casi di positività, lei pensa che saranno sufficienti i posti in terapia intensiva negli ospedali di Prato, Pistoia ed Empoli?
«Al momento la situazione più difficile è a Pistoia, che è dotata di 10 posti letto in terapia intensiva più altri 6 attivabili e attualmente ne ha occupati otto. Stiamo meglio a Prato, che ha 10 posti letto più 16 attivabili, e a Empoli, con 12 posti letto più 10 attivabili. A livello regionale stiamo lavorando per aumentare i posti letto, non solo in terapia intensiva».
Come?
«Con accordi coi privati, che prenderebbero nelle loro strutture pazienti non positivi al Covid-19. In generale l’idea è di suddividere gii ospedali in strutture che trattano casi di coronavirus e strutture che non li trattano, o comunque di separare i pazienti positivi da quelli “normali”. Inoltre c’è l’idea di requisire alcune strutture alberghiere o residenze sociali assistite (a Prato potrebbe essere il presidio socio-sanitario La Melagrana di Narnali, ndr) per ospitare i pazienti guariti ma ancora potenzialmente positivi. C’è già un accordo con Federalberghi».
Com’è la sua giornata da quando è iniziata questa emergenza?
«Mah, si dorme poco perché ci sono anche tanti pensieri, c’è l’ansia di vedere i risultati e di capire il trend della malattia. Poi inizia un lavoro di interfaccia col mondo esterno, arrivi alla sera “suonato” dopo aver risposto a richieste di tutti i tipi. Insomma, si governa la marea. Un’esperienza straordinaria di stress e di formazione che ci lascerà qualcosa, ma avrei preferito non farla. Non tanto per me ma per tutta la gente che in questo momento sta affrontando questo problema».
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