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Detenuti in rivolta alla Dogaia: incendiati i materassi nelle celle
Hanno protestato per l’annullamento dei colloqui coi familiari, una delle misure decise dal governo per contrastare la diffusione del virus: due agenti intossicati
prato. Con tutto quello che sta accadendo in Italia in questi giorni, mancavano solo le rivolte nelle carceri. E puntualmente sono arrivate. Prima nel nord, coi sette morti a Modena e i disordini a Pavia e Milano, e ieri anche a Prato, quasi sul modello geografico della diffusione del coronavirus (ma c’è stata anche una maxi-evasione a Foggia).
In mattinata sembrava tutto tranquillo, la polizia penitenziaria non segnalava particolari problemi coi 650 detenuti della casa circondariale della Dogaia, ma evidentemente il fuoco covava sotto la cenere e intorno alle 11 è cominciata la protesta al suono delle pentole sbattute sulle sbarre, come è prassi nelle carceri. Era solo l’inizio.
L’epicentro della rivolta, hanno poi spiegato a cose fatte le forze dell’ordine, è stata la terza sezione, dove sono rinchiusi i detenuti comuni, però quelli con pene da scontare molto alte, che hanno meno da perdere rispetto agli altri. Di fatto i detenuti hanno occupato la sezione, facendo allontanare gli agenti di polizia penitenziaria e hanno preso il controllo della situazione. Intorno a mezzogiorno qualcuno ha trovato il modo di dare fuoco ai materassi dentro le celle e la situazione è precipitata.
Sul posto sono stati inviati il reparto mobile della polizia, i carabinieri e la guardia di finanza, che hanno circondato il perimetro della casa circondariale perché si temeva che, come accaduto in Puglia, qualcuno provasse addirittura a evadere. Ma così fortunatamente non è stato.
«Abbiamo cominciato a sentire le urla “libertà, libertà!” - racconta un’educatrice del carcere - Ma questo succede spesso. Poi però hanno iniziato a sbattere le pentole sulle sbarre e la polizia penitenziaria ci ha fatto uscire all’esterno perché la situazione stava diventando pericolosa».
Mentre in via della Montagnola, a Maliseti, arrivavano un paio di squadre dei vigili del fuoco è iniziata una lunga trattativa tra la penitenziaria e i detenuti in rivolta. Trattativa che sembrava essersi conclusa poco dopo le 14, quando il comandante provinciale dei carabinieri Marco Grandini e quello dellaguardia di finanza Massimo Licciardello sono usciti dal carcere e anche le forze dell’ordine hanno iniziato a smobilitare. È stato spiegato che i detenuti sono stati convinti a sospendere la protesta senza ulteriori disordini. All’esterno sono continuate ad arrivare le urla dalle finestre delle celle, ma la situazione è tornata sotto controllo.
In serata però è emerso che la trattativa era ancora in corso e che la protesta aveva riguardato quattro sezioni, per un totale di circa 370 detenuti. Gli incendi hanno provocato il danneggiamento delle telecamere di sorveglianza e l’interruzione della corrente elettrica in due sezioni.
Anche a Prato, come nelle altre carceri italiane, a innescare la protesta è stata la decisione del governo di limitare i colloqui coi parenti come forma di contrasto alla diffusione del coronavirus. Una decisione che è arrivata da un momento all’altro (come peraltro per il resto della cittadinanza, va detto) e che è stata vissuta come un’ingiustizia da coloro che, essendo privati della libertà, vedono nei colloqui l’unico momento in cui possono mettersi in contatto col mondo esterno. Secondo quanto trapelato durante le fasi della trattativa, un paio di agenti di polizia penitenziaria sarebbero rimasti lievemente intossicati dal fumo degli incendi di materassi. —
Paolo Nencioni
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