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Coronavirus, trasferta in India proibita per i tecnici tessili pratesi
La Biancalani ha venduto un macchinario a New Delhi, ma non può inviare i propri dipendenti perché sarebbero costretti a rimanere in quarantena
PRATO. Quando il viaggio di lavoro diventa una missione impossibile ai tempi del coronavirus. Atterraggio a New Delhi, quarantena di 14 giorni e poi ripartenza per il montaggio di un macchinario tessile “made in Prato” in una località indiana. Per non correre il rischio di restare bloccati, due dipendenti dell’azienda meccanotessile Biancalani sono stati costretti a rinunciare alla trasferta. Sono di Prato, non arrivano certo dalla “zona rossa” del contagio, quella lombardo-veneta.
Ma in questo momento l’India non guarda di buon occhio il passaporto italiano, tanto da imporre una quarantena per i passeggeri provenienti dall’Italia. E dunque anche per due tecnici della Biancalani, una coppia formata da un montatore e un tecnologo tessile, valgono queste restrizioni. . La storica azienda pratese aveva già spedito in India una nuova macchina per il finissaggio dei tessuti, acquistata da una grande realtà tessile indiana, produttore di spugne. Una commessa da diverse centinaia di migliaia di euro che ha generato una situazione kafkiana: il macchinario prodotto a Prato è arrivato sì a destinazione ma non ancora le figure che dovrebbero installarlo.
«È assurdo dover mandare laggiù i nostri tecnici per tenerli lì in quarantena. Fortunatamente troviamo il modo di convogliarli in altri paesi dove esportiamo ma si teme un rallentamento del settore, complici riflessi internazionali del coronavirus», sottolinea Rossano Biancalani, presidente dell’azienda fondata nel 1957 per la quale l’India rappresenta una fetta importante dell’export (25%). Tutto l’Oriente è in subbuglio: è stata rinviata a luglio la fiera Indo Intertex, il salone tessile più importante del Sud-est asiatico programmata inizialmente per la fine di aprile (la Biancalani è fra gli espositori).
Un brutto colpo per il meccanotessile pratese che aveva già tirato il freno nel 2019 con una lieve contrazione dell’export. Ripercussioni anche alla Unitech Industries dove però il problema è un altro. Il produttore di Montemurlo che dà lavoro a 104 addetti nel capannone di Oste è alle prese con un virus più contagioso e temibile, quello della paura.
«Abbiamo problemi con la partenza dei nostri tecnici anche in zone come la Russia – spiega il presidente Andrea Denti – Difficile dare loro torto. Non parliamo della Cina dove abbiamo fermi impianti in attesa di installazione». Sono 25 i tecnici della Unitech che portano il “made in Prato” in trasferta: Cina, Russia, Messico, Colombia sono i mercati di riferimento per un’azienda che esporta all’estero il 90% del prodotto. «Il 2019 è stato una bella annata, siamo cresciuti in termini di volume di lavoro – prosegue Denti – Al momento abbiamo una programmazione semestrale di ordini e questo ci tranquillizza: la difficoltà sta nell’installazione dei macchinari all’estero». Certo, se dovesse prolungarsi lo stop della Cina sarebbero dolori per i produttori pratesi. Si soffre anche nel tessile, in primis i lanifici posizionati su una fascia medio-alta che lavorano con i marchi della grande distribuzione che fanno confezionare i capi in Cina. Infine, i capi e accessori del lusso “made in Italy” caro alla borghesia orientale: potrebbero restare a lungo invenduti negli scaffali.
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