Prato prima città in Italia per riciclaggio di denaro sporco: dieci volte la media
Al consiglio comunale aperto i dati del Terzo rapporto sui fenomeni di criminalità organizzata e corruzione in Toscana
prato. È Prato la città italiana con il maggior numero di segnalazioni e denunce per riciclaggio di denaro sporco: 10 volte superiore alla media nazionale. Ed è la prima in Toscana per numero di aziende confiscate e la terza per numero complessivo di beni confiscati.
Sono questi i principali dati emersi nella presentazione del “Terzo rapporto sui fenomeni di criminalità organizzata e corruzione in Toscana” (realizzato dalla Scuola Normale di Pisa per la Regione Toscana) con cui si è aperto il consiglio comunale straordinario convocato sul tema: “Sistema Prato-Illegalità diffusa in città in materia di diritti dei lavoratori e concorrenza”.
Ad illustrare lo studio, realizzato nel 2018, è stato Salvatore Sberna, docente di Politica comparata delle mafie alla Normale. Tra gli altri è intervenuto anche il procuratore della Repubblica di Prato Giuseppe Nicolosi.
Come è emerso dallo studio del professor Sberna, anziché colonizzare, le mafie preferiscono esternalizzare a gruppi autoctoni o mimetizzarsi. Vogliono “ fare impresa” mettendosi “al servizio” dell’economia locale, in un tessuto già vulnerabile dal punto di vista del rispetto delle regole e della legalità – anche prima della crisi economica – e la strada più battuta è attraverso l’esercizio abusivo del credito, l’erogazione di servizi illeciti che portano a reati tributari ed economici, o proponendo attività illegali nei campi dell’intermediazione del lavoro e del ciclo dei rifiuti. Da qui la creazione di quella zona grigia che si nutre di elusione e in cui le comunità straniere ad elevata marginalizzazione sono più vulnerabili rispetto a forme più tradizionali di controllo territoriale.
Un “grigio Prato”, come ha evidenziato Sberna, che abbraccia la gestione dei capannoni che gli imprenditori cinesi acquistano o affittano da italiani per instaurarvi le loro attività, il ricorso a prestazioni professionali e l’utilizzazione da parte delle imprese italiane del tessile di filiere di produzione cinesi illegali, sia nella cessione di parte dell’attività imprenditoriale sia nell’utilizzazione di prodotti e filati contraffatti o illegalmente importati.
Da questo punto di vista, come ha detto il procuratore Nicolosi, sarebbe necessaria una scelta etica da parte del consumatore, che decida di non acquistare un capo d’abbigliamento prodotto a pochi centesimi di euro perché chiaramente realizzato attraverso lo sfruttamento della manodopera, clandestina o meno. Proprio il caporalato è adesso al centro dell’azione della procura pratese, ma è fondamentale la collaborazione delle vittime dell’oppressione e l’uscita dall’omerta.
Quella repressiva dei reati però, come ha detto Nicolosi, non può essere l’unica risposta ad un problema che è diventato sistema. Per questo è necessaria la diffusione della cultura della legalità nelle aziende. Questo è l’obiettivo del Piano lavoro sicuro giunto alla sua terza fase: sono oltre 13mila le imprese controllate in cinque anni di controlli, dal settembre 2014 al 31 ottobre 2019, con un ritmo di 160 aziende al mese; e quasi 17 milioni gli euro incassati dalle sanzioni per le irregolarità riscontrate.
I numeri confermano che le irregolarità sono diminuite e che si sono fatte meno gravi rispetto all’inizio. È il segnale che qualcosa è cambiato dopo cinque anni dall’avvio di controlli straordinari dei 74 ispettori del Nucleo per verificare la sicurezza nei luoghi di lavoro.
Secondo il sindaco Biffoni Matteo è necessario che lo Stato rafforzi gli organici degli enti di controllo per «aprire i portoni delle aziende ed entrare a verificare i problemi esistenti prima che incancreniscano, perché a livello locale stiamo facendo già molto di più di molte altre realtà anche più grandi». —
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