Italia
Visite "clandestine" al Santo Stefano, patteggia uno dei ginecologi
Un anno e 10 mesi per Simone Olivieri mentre i tre colleghi attendono il rito abbreviato. Anche gli intermediari cinesi, tranne una donna, hanno scelto di patteggiare
PRATO. Si conclude con il patteggiamento ad un anno e 10 mesi la vicenda processuale del ginecologo Simone Olivieri, arrestato nel luglio di due anni fa insieme ad altri quattro colleghi con l’accusa di peculato e truffa ai danni dello Stato. L’inchiesta della procura è quella delle visite “clandestine” concesse a pazienti cinesi durante l’orario di lavoro, ma fuori dall’iter normale delle prenotazioni. In tribunale a Prato sono sfilati davanti al giudice per le indagini preliminari oltre a Olivieri, anche i mediatori cinesi che fungevano da anello di congiunzione fra i ginecologici e le pazienti.
Si tratta di nove persone, che hanno scelto tutti di patteggiare tranne una mediatrice, unica donna, Wu Lihua, detta Giulia. Per lei, che secondo i sostituti procuratori titolari dell’inchiesta Lorenzo Gestri e Lorenzo Boscagli e i carabinieri che hanno svolto le indagini ha avuto un ruolo centrale nella vicenda, il gup ha rigettato la richiesta di rito alternativo, rinviando all’udienza preliminare. Quanto agli altri ginecologi, Elena Busi, Ciro Comparetto e Massimo Martorelli, insieme ai difensori Pasquinuzzi, Traversi, Denaro e Nicolosi hanno scelto di andare avanti col processo: verranno giudicati con rito abbreviato in una prossima udienza.
Oltre a loro coinvolto nell’inchiesta c’è anche l’ex primario del reparto di ginecologia Giansenio Spinelli, la cui accusa è quella di omessa denuncia per non aver impedito le visite a nero dei colleghi. Spinelli andò in pensione qualche settimana dopo l’inizio dell’inchiesta, mentre gli altri quattro ginecologi, sottoposti ad un’indagine interna dell’Azienda sanitaria, vennero licenziati a metà novembre del 2018, Olivieri compreso.
L’inchiesta sulle visite clandestine, che avvenivano non solo all’ospedale ma anche al Centro Giovannini, iniziò nell’autunno del 2017 quando una giovane donna cinese si presentò in ospedale lamentando dolori all’addome e dicendo di aver preso una pillola abortiva che le era stata data da un medico italiano. La cinese fu accompagnata presso il suo studio dalla mediatrice cinese, proprio la donna alla quale gli inquirenti attribuiscono un ruolo centrale nella vicenda. Fu accertato che le pillole provenivano dal circuito ospedaliero e nel corso delle indagini emersero i comportamenti quantomeno disinvolti di alcuni medici ginecologi che accettavano di fare visite specialistiche alle donne cinesi, in orario d’ufficio, in ospedale o al Centro sociosanitario Giovannini, facendo saltare alle pazienti la richiesta al Centro unico prenotazioni dell’Asl.
All’ex primario Spinelli la Procura contesta di essere venuto a sapere dell’andazzo e di non averlo denunciato ai vertici dell’Asl. L’inchiesta è andata avanti con una serie di pedinamenti ed intercettazioni. Soprattutto da queste ultime è emersa la paura dei medici e dei mediatori di essersi messi nei guai, anche se ormai la macchina era andata troppo avanti. Olivieri si è mostrato fin da subito il più collaborativo fra i medici indagati, arrivando così alla decisione, insieme ai propri legali, di optare per il patteggiamento senza correre i rischi del dibattimento.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
