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Prato

I sacchi neri spariti da Prato finivano in Veneto: due arresti - Video

I carabinieri forestali in uno dei capannoni sequestrati
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I carabinieri forestali in uno dei capannoni sequestrati

I carabinieri forestali hanno sequestrato 9.000 metri cubi di scarti tessili fatti passare come sottoprodotto e nascosti nei capannoni industriali

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PRATO. Da qualche tempo i famigerati sacchi neri con gli scarti tessili che finivano spesso nei campi non si vedono quasi più in giro. Un'indagine dei carabinieri forestali dell'Emilia Romagna ha scoperto dove sono finiti, almeno in parte: a Pavullo sul Frignano, in provincia di Modena, e in molti altri capannoni del Nord Italia, soprattutto in Veneto.

Dalle prime ore di questa mattina, 3 ottobre, è in corso una vasta operazione che sta impegnando più di 80 militari dell‘Arma, si legge in una nota dei carabinieri, finalizzata a stroncare un traffico illecito di rifiuti speciali costituiti da cascami e ritagli tessili prodotti nel comparto industriale manufatturiero di Prato e smaltiti illecitamente all'interno di numerosi capannoni del centro–nord Italia, principalmente in Emilia Romagna e Veneto.

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All'operazione prendono parte i carabinieri di Pavullo sul Frignano, Bologna, Ferrara, Ravenna, Reggio Emilial, Forlì Cesena, Prato, Livorno, Padova, Venezia, Vicenza, Treviso, Rovigo, Verona, Mantova e Perugia. Due italiani di 40 e 53 anni, ritenuti gli organizzatori del traffico illecito di rifiuti, sono stati messi agli arresti domiciliari. Perquisiti ben 24 siti di stoccaggio, su disposizione del sostituto procuratore Stefano Orsi della Direzione distrettuale antimafia di Bologna, competente per questo tipo di reati.

L'indagine, spiegano ancora i carabinieri, ha consentito di denunciare complessivamente 18 persone ed è iniziata nel luglio 2018 dopo la scoperta di 2.500 metri cubi di scarti tessili in un capannone di Pavullo sul Frignano. Il successivo approfondimento investigativo ha consentito di accertare che i rifiuti erano smaltiti anche in altre numerose località del centro-nord Italia, principalmente del Veneto.

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In estrema sintesi, l‘illecito smaltimento dei rifiuti speciali ottenuti dalle lavorazioni tessili consisteva nel trasformare attraverso fittizie operazioni di recupero i rifiuti in materia prima secondaria e/o sottoprodotto, per poi trasportarli ed abbandonarli all‘interno di capannoni industriali, il tutto all‘insaputa degli ignari proprietari ai quali è stato così arrecato un ingente danno economico, costituto sia dalla preclusione alla disponibilità dell’immobile sia delle eventuali onerose spese di smaltimento/recupero dei rifiuti abbandonati. Senza ovviamente considerare il potenziale, ulteriore danno che poteva derivare dall’eventuale incendio del materiale.

Il paradosso è che nelle stesse ore gli industriali e gli artigiani di Prato sono impegnati a Roma in un incontro coi tecnici del Ministero dell'Ambiente per chiedere proprio ciò che viene contestato ai due arrestati, cioè classificare gli scarti tessili non più come rifiuti speciali ma come sottoprodotto della lavorazione da far rientrare nel processo produttivo come materia prima.

I due arrestati, A.G. di 53 anni e G.V. di 40 anni, erano i  principali fautori del sodalizio criminale: attraverso quotidiani contatti telefonici, pianificavano e gestivano quella che può a tutti gli effetti definirsi come una vera e propria attività imprenditoriale dedita alla gestione di rifiuti attraverso società di cui avevano l‘utilizzo ed il controllo senza ricoprire alcuna carica o ruolo: la disponibilità delle aziende è costituita dal fatto che i reali rappresentati legali/titolari firmatari risultino essere dei meri prestanome e che il reale ruolo decisionale fosse in capo ai due soggetti.

L‘organizzazione si componeva poi di autotrasportatori compiacenti e soggetti impiegati come manovalanza presso i vari capannoni di destinazione dei rifiuti tessili, generalmente costituiti da dipendenti delle aziende. Le società di cui i due avevano disponibilità, sia perché controllate direttamente o perché complici, sono risultate essere utilizzate non solo per emettere documenti inerenti la movimentazione dei rifiuti, ma anche per utilizzarne indebitamente i titoli autorizzativi in ambito di gestione rifiuti. La strategia adottata al fine di eludere ed evitare i controlli e per dare una parvenza di legittimità alle operazioni era quella del considerarli e classificarli sin dalla partenza come “sottoprodotto” o “materia prima secondaria”, a fronte di operazione di recupero mai avvenute.

Ad oggi sono stati sequestrati oltre 9.000 metri cubi di rifiuti speciali di natura tessile: si ritiene che dall'esame dei documenti sequestrati oggi possa emergere un traffico ancora più grande.

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