Il Tirreno

Prato

il nuovo fronte 

Gli operai invisibili “comprano” il diritto di rimanere in Italia

P.N.

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prato. Da qualche tempo gli “invisibili” sono usciti allo scoperto. Sono i tanti lavoratori stranieri, molti pachistani ma anche senegalesi, nigeriani, bengalesi e chissà, forse tra non molto anche cinesi, che accettano di lavorare 12 ore al giorno, senza riposo settimanale, per una paga da fame. E in molti casi senza contratto.

In realtà quel contratto lo “pagano” con le ore che lavorano gratis per i loro padroni, accettando per esempio un contratto part time di 4 ore e lavorandone più del doppio. Rendendo in contanti al datore di lavoro una parte dello stipendio che ricevono a fine mese.

Ma perché questi “invisibili” ora un po’ più visibili accettano queste condizioni. Il sindacato Si Cobas si è fatto una domanda e si è dato una risposta: perché molti di questi lavoratori sono estremamente ricattabili. Sono precari in Italia ancora prima che sul posto di lavoro. Dal contratto di lavoro dipende la loro permanenza nel nostro paese. Senza contratto niente permesso di soggiorno. Senza permesso di soggiorno l’espulsione è un rischio concreto, dietro l’angolo. Basta imbattersi in un controllo e può scattare il trasferimento in un Centro di permanenza per il rimpatrio, lo spettro di ogni immigrato. È vero che non sono tanti quelli che ci finiscono rispetto alla massa di chi non ha il permesso in tasca, ma è un rischio che può far perdere anni di risparmi, quelli che sono serviti per arrivare in Italia.

Ecco perché molti “comprano” il contratto con le ore lavorate gratis. Ma ora cominciano a ribellarsi e non si sa chi vincerà su questo nuovo fronte sindacale, dove il Si Cobas sembra aver riempito un vuoto, quello delle rivendicazioni di chi non ha diritti, se non quello di sperare. Non sono pochi quelli che lavorano senza contratto con la promessa, non sempre mantenuta, di averne uno prima o poi. In genere non sono cinesi. Loro spesso dormono e mangiano nelle confezioni, hanno un posto dove stare. I pachistani invece quel posto spesso non ce l’hanno e non è un caso che la rivolta sia partita proprio da loro. «Rispetto alla manodopera clandestina - sostiene Luca Toscano del Si Cobas - la risposta del sistema spesso alimenta il fenomeno. Non si informano i lavoratori della possibilità di ottenere un permesso in quanto sfruttati dai datori di lavoro, e così li si allontana ancora di più dai controllori, che per loro diventano solo un rischio di espulsione». — P.N.

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