Il Tirreno

Prato

tribunale 

Portò un telefono in carcere Condannata una docente

Paolo Nencioni
Portò un telefono in carcere Condannata una docente

Due anni e 8 mesi a una prof del Dagomari che fece un favore a un camorrista  facendo entrare di nascosto il cellulare nel reparto di massima sicurezza

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prato. Un telefono proibito è costato una condanna a due anni e otto mesi di reclusione per una professoressa delle medie superiori e più del doppio, sei anni, a un detenuto della Dogaia condannato per reati di camorra. Lo ha deciso ieri il giudice dell’udienza preliminare Francesca Scarlatti nel processo a carico di Laura Bonafede, 50 anni, all’epoca dei fatti in servizio all’Istituto tecnico professionale Dagomari, e di Francesco Raia, 42 anni, il detenuto che sta scontando una condanna a 17 anni nel carcere di Prato per una serie di reati, tra cui un agguato di camorra risalente al novembre 2007.

Laura Bonafede fu arrestata all’inizio di luglio di due anni fa con l’accusa di aver portato di nascosto un telefono cellulare nel reparto di massima sicurezza della Dogaia. I carabinieri stavano conducendo un’inchiesta su presunti favori che sarebbero stati fatti ai detenuti e se ne accorsero subito, ma lasciarono che il telefono fosse consegnato a Francesco Raia, che lo usò per circa un mese. Probabilmente si voleva capire a chi avrebbe telefonato e che cosa avrebbe detto, essendo lui convinto che quel cellulare era a prova di bomba, cioè non potesse essere intercettato. Una volta fatti questi accertamenti scattarono le due ordinanze di custodia, ai domiciliari per l’insegnante del Dagomari e in carcere, ovviamente, per il detenuto. I due furono accusati di corruzione perché la Procura, cioè i sostituti Laura Canovai e Lorenzo Gestri, erano convinti che Raia avesse pagato profumatamente per ottenere il telefono cellulare proibito. L’insegnante del Dagomari, ieri difesa da Michele Nigro (mentre Raia era difeso da Costanza Malerba), disse di aver ricevuto cento euro, un prezzo quasi simbolico, ma gli inquirenti sono rimasti convinti che il favore sia costato di più, anche se le prove del passaggio di denaro non sono mai emerse e la professoressa si è sempre dichiarata innocente (farà appello).

Francesco Raia e Laura Bonafede si erano conosciuti ai corsi che la docente del Dagomari teneva ai detenuti in carcere. Tra i due era nata una certa amicizia e approfittando di questa il detenuto fece alla professoressa la proposta indecente.

Non poteva sapere, però, che già da tempo la Procura aveva messo gli occhi su quello che succedeva dentro la Dogaia. Mesi prima una fonte confidenziale aveva segnalato la presenza di un registratore digitale che non avrebbe dovuto entrare nei reparti e i carabinieri stavano indagando. Proprio durante quelle indagini emerse la circostanza che sarebbe arrivato un telefono cellulare a chi non doveva averlo in mano. Quell’inchiesta, che avrebbe dovuto essere la più importante, in realtà non ha dato i frutti che si immaginava e il cerino è rimasto in mano a un agente della polizia penitenziaria, difeso da Antonino Denaro, che ieri è comparso davanti al giudice con l’accusa di aver saputo della presenza del registratore e di non averlo rimosso. Per lui il pubblico ministero Lorenzo Gestri ha chiesto il rinvio a giudizio, ma il giudice ha deciso di proscioglierlo, ritenendo che non ci fossero sufficienti elementi di colpevolezza. Le condanne agli altri due imputati hanno rispecchiato le richieste del pm. —

Paolo Nencioni

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