Salvini annuncia arresti non ancora fatti e la gaffe fa arrabbiare la Procura
Il ministro dell’Interno esulta per il fermo di dieci cinesi, ma i carabinieri ne avevano rintracciati solo tre: gli altri sono spariti
prato. «Dieci cinesi, tra cui sei clandestini, sono stati arrestati. Grazie ai Carabinieri! Nessuna tolleranza per i delinquenti: per loro la pacchia è finita!». Il lancio di agenzia arriva pochi minuti dopo le 10 e non c’è bisogno nemmeno di andare a controllare chi l’ha detto, il tono è inconfondibile. È il segretario della Lega e ministro dell’Interno Matteo Salvini che, come spesso gli capita, esulta per il risultato di un’indagine. Ogni tanto, però, ed è questo il caso, si fa prendere dall’entusiasmo o dal calcolo politico e mette il carro davanti ai buoi. Sì, perché quei dieci arresti non ci sono. O meglio, ce ne sono due, oltre a un obbligo di dimora. Gli altri sette cinesi ricercati dai carabinieri sono ancora uccel di bosco e forse a questo punto lo rimarranno per un po’. Sono tutti accusati di rissa aggravata dall’uso di armi da fuoco e lesioni. Sono alcuni dei partecipanti allo scontro tra bande rivali che si verificò la sera del 4 luglio dell’anno scorso nel parcheggio di via Traversa del Crocifisso, davanti alle Cascine di Tavola, nel corso del quale furono esplosi cinque colpi di pistola a due passi dalla gente che stava raggiungendo le auto per lasciare il parco.
Un episodio che fece scalpore, anche per il luogo e l’ora, e sul quale i sostituti procuratori Lorenzo Gestri e Gianpaolo Mocetti, insieme ai carabinieri del Nucleo investigativo, hanno lavorato per quasi un anno, ricostruendone con pazienza la dinamica, i nomi e le circostanze, fino a ottenere dal giudice per le indagini preliminari un’ordinanza di custodia per sette uomini e tre donne (4 in carcere e 6 tra obblighi e divieti di dimora).
Prima dell’alba i carabinieri sono usciti dalla caserma di via Picasso per andare ad eseguire le ordinanze, ma hanno fatto in tempo a notificarne solo tre (di cui una a un cinese che si trovava già nel carcere della Dogaia per altri motivi) e poi è arrivato quel lancio di agenzia, subito ripreso dai siti d’informazione, tra cui il Tirreno, che dava l’operazione già per cosa fatta, aggiungendo a quale episodio si riferiva. In realtà, come detto, a quell’ora i carabinieri erano ancora in giro a cercare gli indagati e nella maggior parte dei casi non li hanno trovati. Non è detto che i ricercati siano scappati dopo aver letto la notizia, forse non lo sapremo mai, ma il rischio c’è e così il gioco d’anticipo del ministro è diventato un caso.Poco prima dell’ora di pranzo in Procura si respirava un clima di sconcerto e malcelata irritazione. Nessuno vuole polemizzare direttamente col ministro, ma si può certo dire che il procuratore Giuseppe Nicolosi non l’ha presa bene, non ha gradito l’intrusione di un membro del governo in una procedura che ha i suoi tempi. Un’intrusione che rischia di vanificare il lavoro di mesi e mesi di due sostituti procuratori e dei carabinieri. Detta in altre parole, rintracciare un cinese ricercato, lo sanno bene poliziotti e carabinieri, è sempre molto difficile. Se poi gli si dà il vantaggio di avvertirlo può diventare impossibile.
Se si vuol credere alla buona fede del ministro, com’è giusto che sia in assenza di prove contrarie, si può ipotizzare che abbia capito male. Cioè che lo abbiano avvertito degli arresti in corso e lui abbia capito che erano già stati eseguiti. Oppure che abbia capito male il soggetto che lo ha avvertito. Questo soggetto non sono i carabinieri di Prato, che quando fanno indagini di polizia giudiziaria dipendono esclusivamente dalla Procura. Resta la singolare coincidenza dell’esultanza ministeriale preventiva proprio nel giorno del comizio di piazza delle Carceri a favore del candidato del centrodestra Daniele Spada, e dunque del calcolo politico che però, se davvero è andata così, si è rivelato un calcolo sbagliato. —
Paolo Nencioni
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