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«Per difendere il settore tessile occorre l’etichetta d’origine»

Maria Lardara
«Per difendere il settore tessile occorre l’etichetta d’origine»

La commissaria europea all’industria Bienkowska ha incontrato i rappresentanti delle associazioni di categoria che hanno richiesto la tracciabilità dei tessuti 

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PRATO. 2009 – 2019: “Prato non deve chiudere”, dieci anni dopo. Dieci anni dopo la manifestazione che segnò la storia di Prato torna a suonare il grido d’allarme di un distretto che non ha chiuso e non si è piegato alla crisi. Non sulle strade ma davanti a uno dei massimi rappresentanti dell’istituzione europea, la commissaria europea all’industria Elzbieta Bienkowska. È arrivata ieri pomeriggio Prato a palazzo comunale per raccogliere le istanze di associazioni di categoria (industriali, artigiani e commercianti) e toccare con mano la realtà di uno dei distretti tessili più grandi d’Europa visitando il lanificio Manteco di Montemurlo. Con lei, l’eurodeputato toscano Nicola Danti. La commissaria Bienkowska prima ha ascoltato le parole del sindaco Matteo Biffoni, poi quelle dell’imprenditore Francesco Marini di Confindustria Toscana Nord e infine del segretario della Cgil pratese Alessandro Fabbrizzi. Da almeno un decennio gli industriali rivendicano l’etichetta obbligatoria sui beni prodotti in Ue o importati dai Paesi extracomunitari. Ma Bruxelles è sempre stata sorda alla loro richiesta fino a far naufragare il tentativo di portare a casa il “made in” nel 2014, complice il veto del blocco anglo-scandinavo. «Personalmente sarei stata a favore della direttiva ma non siamo riusciti a convincere gli altri Paesi – ha ammesso Bienkowska – L’auspicio è che il tema dell’etichettatura d’origine possa tornare presto sui nostri tavoli. Bisogna parlare di denominazione d’origine controllata anche per il tessile, senza erigere muri di protezionismo». Perché la posta in gioco, come ha ricordato Marini, è un consumo più consapevole. «È una stortura che un tessuto importato e cucito in Italia venga etichettato come “made in Italy”. Così non si racconta cosa c’è dietro la filiera, senza tracciabilità non si rende il consumatore finale consapevole di ciò che acquista». Ma l’appello all’Ue del distretto pratese, fatto di 6.573 stabilimenti e 35.531 addetti, passa da un documento condiviso dalle categorie economiche che contempla anche l’abbattimento dei costi dell’energia, quelli che gravano soprattutto sulle imprese di nobilitazione. . «L’economia europea deve essere aperta, senza essere ingenua, di fronte ai rischi della concorrenza sleale». Parola di commissaria europea. Sotto la lente d’ingrandimento anche il tema del lavoro con il segretario Fabbrizzi che ha reclamato «un’occupazione giusta e una contrattazione collettiva come strumento di democrazia sociale». Durante gli interventi non è stato mai toccato il delicato tasto dell’immigrazione cinese all’interno del tessuto produttivo locale. Fabbrizzi è stato vago, parlando genericamente di «fenomeni d’imbarbarimento dei processi produttivi in totale assenza di diritti del lavoro». A fare gli onori di casa il sindaco Biffoni che davanti all’esponente di Bruxelles ha sposato la causa delle imprese. «Saprà comprendere – ha detto rivolto alla commissaria – le difficoltà alle quali sono sottoposte per i continui aumenti nei costi». —


 

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