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Il Tribunale dà ragione ai rom Restituiti beni per 2,5 milioni
Decine di furti sulle fedine penali, ma per i giudici non può scattare la confisca perché è passato troppo tempo tra i reati commessi e l’acquisto delle case
prato. Sono veri ricchi e non falsi poveri i 14 membri delle famiglie rom Ahmetovic e Halilovic ai quali la Procura voleva confiscare beni per 2 milioni e 412.000 euro dopo averne ordinato il sequestro nel giugno del 2017. Il Tribunale presieduto da Francesco Gratteri ha deciso ieri che quei beni (case, terreni, conti correnti e libretti postali) dovranno essere restituiti ad Alessandro Ahmetovic, alla madre Djula, ai fratelli Patrizia e Valter e ad altri dieci rom che un tempo vivevano nel campo di viale Marconi e ora si sono sistemati in case di proprietà acquistate nel corso degli anni.
Ma da dove proveniva il denaro usato per fare acquisti? Secondo i sostituti Lorenzo Gestri e Antonio Sangermano, che se lo chiesero qualche anno fa, era il provento degli innumerevoli reati compiuti dal gruppo Ahmetovic-Halilovic. Sette di loro hanno collezionato un totale di 76 condanne per reati contro il patrimonio fino a pochi anni fa. E così, dopo le indagini della guardia di finanza, scattò una misura di prevenzione patrimoniale sulla base della sproporzione tra beni posseduti e redditi dichiarati: sequestri per quasi due milioni e mezzo di euro finalizzati alla confisca. Sembrava un risultato scontato, ma così non è stato, sostanzialmente per un motivo. Il Tribunale (estensore Carlo Cataudella, a latere Leonardo Chesi) ha ritenuto che non ci fosse la contestualità temporale tra i reati commessi e l’acquisto di certi beni. Detta in altre parole, se un soggetto compie furti dal 2000 al 2010 e poi acquista una casa nel 2015 non c’è la prova che l’abbia acquistata col provento di quei furti. Il ragionamento è stato fatto per quasi tutte le 14 posizioni e per tutti ha avuto lo stesso esito: quei beni non possono essere confiscati e devono essere restituiti ai rom. Il Tribunale non si è nemmeno posto il problema della sproporzione tra i beni posseduti e i redditi (inesistenti) dichiarati. Gli è bastato sostenere la mancata contestualità temporale per arrivare alla decisione.
Un ragionamento che non convince la Procura, che dunque farà appello. Nel corso del procedimento, infatti, era stata dimostrata la pericolosità sociale delle persone coinvolte ed era stata dimostrata la proprietà dei beni, anche se intestati ad altre persone. In teoria i soggetti proposti per la confisca avrebbero dovuto dimostrare di avere fonti di reddito alternative, e i loro avvocati (tra cui Antonio Bertei, Antonino Denaro, Gabriele Terranova, Tommaso Magni e Antonio Simoncelli) hanno provato a portare le pezze d’appoggio, ma il Tribunale non ha acquisito quegli atti. È sembrato allora che i giudici avessero già preso una decisione favorevole alla Procura, ma il motivo era esattamente l’opposto: non devi dimostrare la provenienza di certe somme se i reati che hai commesso risalgono a troppo tempo prima. La morale potrebbe essere: basta aspettare. —
Paolo Nencioni
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