Il Tirreno

Prato

Maxi-evasione dell’Iva sui tessuti made in China rivenduti al nero

Paolo Nencioni
Maxi-evasione dell’Iva sui tessuti made in China rivenduti al nero

La Finanza contesta il mancato pagamento di 22 milioni. Due le società del Macrolotto intestate a prestanome

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PRATO. Migliaia di pezze di tessuto hanno riempito negli ultimi tre anni alcuni capannoni del Macrolotto industriale che fanno capo a un paio di società gestite di fatto da un imprenditore cinese attraverso due connazionali che gli hanno fatto da prestanome. Ora il Nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza lo accusa di averle importate dalla Cina senza pagare Iva, Irap e dazi doganali, contestandogli un’evasione Iva di 22 milioni, oltre a 3 milioni di Irap e 200.000 euro di dazi. Un conto salato come non se ne ricordano a Prato negli ultimi anni.

Le società finite nel mirino della Finanza e del sostituto procuratore Lorenzo Boscagli sono la In-Tex di via Gora del Pero e la Gi-Tex di via Fonda di Mezzana, mentre non è stato reso noto il nome dell’imprenditore denunciato per evasione, contrabbando e falso, ora difeso dagli avvocati Costanza Malerba e Federico Febbo.

L’indagine è nata quasi per caso nell’ottobre dell’anno scorso da una verifica dei vigili del fuoco che contestarono irregolarità nel sistema anti-incendio nel capannone di una terza azienda che è collegata alle altre due, la K-Tex. Dal primo controllo scaturirono in seguito un paio di sequestri di tessuti per 10 milioni di metri lineari e il Nucleo di polizia tributaria è risalita alle altre due società, la In-Tex e la Gi-Tex, trovando al timone di comando due cinesi che parlano a stento l’italiano. Sembrò subito chiaro che fossero stati piazzati lì dal vero proprietario, individuato poi grazie alle indagini condotte dal sostituto Boscagli. Nei mesi successivi gli investigatori hanno cercato di risalire alla provenienza dei tessuti che, secondo l’accusa, sarebbero stati importati senza pagare Iva, Irap e dazi doganali.

Formalmente i tessuti erano transitati da una società con sede in Polonia, ma la Finanza e la Procura dubitano che le pezze siano mai passate dalle parti di Varsavia. La società polacca infatti non avrebbe né depositi, né mezzi di trasporto, né capacità finanziarie sufficienti per movimentare una tale quantità di merce. Un’altra pista portava in Gran Bretagna, ma anche questa potrebbe essere una falsa traccia. La cosa più probabile è che le migliaia di pezze arrivate a Prato siano sbarcate in uno dei porti dell’atlantico o del Mare del Nord, da Lisbona ad Amburgo, e poi siano state spedite in Italia facendole passare per merce comunitaria, dunque non soggetta all’Iva e ai dazi. E poi rivendute al nero in gran parte ai pronto moda cinesi di Prato ma anche a diversi clienti italiani.

Il sistema grazie al quale le due società coinvolte nell’inchiesta sarebbero riuscite a mettere insieme la provvista per i pagamenti in nero, secondo gli inquirenti, consisterebbe nella creazione di falsi debiti verso società inesistenti, debiti che poi si faceva finta di saldare per giustificare la fuoriuscita di milioni di euro dai bilanci.

Tirando le fila dell’indagine, la Finanza ha calcolato che le due società abbiano nascosto al fisco ricavi per circa 100 milioni di euro, dunque evadendo l’Iva per 22 milioni. Si tratta di un calcolo induttivo, fanno notare gli avvocati difensori, in quanto il valore della merce sequestrata è molto inferiore a quella cifra. Di fatto i finanzieri hanno acceso i riflettori sulle annualità fiscali tra il 2016 e il 2018 per una delle due società e tra il 2015 e il 2016 per l’altra.

In questo caso però non saremmo in presenza di un imprenditore che si è reso irreperibile. Sembra anzi che abbia dichiarato la volontà di trovare un accordo per sanare le sue pendenze col fisco.

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