Il Tirreno

Prato

L’ANSIA RIVOLUZIONARIA DEL GIOVANE CURZIO

di WALTER BERNARDI (*)

Da giovane Malaparte aveva avuto modo di conoscere diversi anarchici pratesi. Alcuni erano poco più di simpatiche macchiette, come “il Gambacciani” che vendeva “terraglie in Piazza del Duomo”. Di...

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Da giovane Malaparte aveva avuto modo di conoscere diversi anarchici pratesi. Alcuni erano poco più di simpatiche macchiette, come “il Gambacciani” che vendeva “terraglie in Piazza del Duomo”.

Di tutt’altra tempra era stato invece Gaetano Bresci, il quale aveva assassinato a Monza, il 29 luglio 1900, il Re d’Italia Umberto I. Malaparte era cresciuto nel clima di espiazione che la città di Prato aveva dovuto vivere nel tentativo di ottenere una forma di riappacificazione con Casa Savoia, che si sarebbe realizzata solo nel 1932, quando Vittorio Emanuele III avrebbe inaugurato la nuova stazione ma senza mettere piede in Comune. Il piccolo Kurt aveva incontrato il mito di Gaetano Bresci attraverso la madre, ma la politica c’entrava poco o nulla. Eugenia Perelli era infatti molto religiosa, “voleva bene” a Bresci e “pregava per lui”, perché, era solita ripetere in famiglia, “aveva bisogno che qualcuno pregasse per lui”, visto che a Prato non lo faceva nessuno: tanto meno il canonico del Duomo che aveva aggiunto una postilla all’atto di battesimo del regicida per condannare all’obbrobrio “sempiterno l’infame assassino”.

Eugenia portava i figli a San Martino, dove abitava Lorenzo Bresci, il fratello di Gaetano, che “faceva il calzolaio, era epilettico, e ogni tanto si ficcava nella gola il punteruolo, quella specie di chiodo ricurvo, infilato in un corto manico di legno, che serve a fare i buchi nel cuoio”. Kurt e Sandro stavano fuori della “botteguccia”, la madre restava dentro una “mezz’ora”, poi usciva con “il viso bagnato di lacrime, ma felice”. Una volta avevano guardato dal “finestrino che si apriva nel muro”, e avevano visto la madre “inginocchiata davanti al deschetto del ciabattino pregare a mani giunte”, mentre lui la guardava “con aria beffarda”, addirittura “canzonatoria”. Poco dopo, indifferente a tanta premura, si era impiccato. Un po’ più grandicello, Malaparte aveva avuto contatti con un altro anarchico pratese, Ugo Paoli, che era stato “in America, a San Francisco, a fare il calzolaio”, e quando era tornato, era stato arrestato appena arrivato alla stazione.

Dopo essere uscito dalla galera, Paoli “s’era messo a bighellonare per Coiano”, e spesso Kurt e il fratello di latte Baldo lo incontravano sul “Poggio del Fossino, o verso le Sacca”. Parlava loro dell’America e degli americani, dei tanti immigrati che lottavano “per diventar non americani, ma uomini”. Ma a Prato per allora “non c’erano operai”, forse ci sarebbero stati un giorno, “ma intanto non ce n’era nemmeno uno”. Solo lui, ma Paoli non si considerava pratese. “Io sono un operaio, son partito di qui che ero un povero animale anch’io, son diventato uomo prima, poi operaio laggiù, in America”; facendo scarpe certo, come gli aveva obiettato Baldo, ma costruendo una coscienza di classe insieme agli altri compagni, aveva risposto, cioè “pensando a quel che facevo, a quel che ero, che facevamo, che eravamo, che fanno e sono tutti gli uomini”.

Paoli aveva superato, grazie a questa esperienza in terra americana, il ritardo tradizionale del ceto popolare pratese, che all’inizio del Novecento era costituito da artigiani più che da operai, i quali oscillavano “in politica, fra Mazzini, Garibaldi, e il pensiero libertario”, e il loro stesso socialismo era “un misto di pensiero libertario e di umanitarismo, con qualche scoppio di rivolta piazzaiola”.

Anche per questo, forse, Malaparte aveva cercato nel fascismo la risposta alla propria ansia di rivoluzione sociale e culturale che il “socialismo pantofolaio” di Armando Meoni e degli altri amici pratesi non era riuscito a realizzare, perché si baloccavano come tanti “pulcini” dietro il mito della Russia.

(*docente universitario

e scrittore)

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