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Il capo della Mobile saluta la città dopo 15 anni di indagini
In Questura il commosso saluto ai poliziotti di Francesco Nannucci, che ha raccontato anche i momenti difficili, quando ha dovuto indagare sui colleghi
PRATO. Non è riuscito a nascondere la commozione il capo della squadra mobile Francesco Nannucci nel corso del saluto rivolto ai colleghi, alla vigilia della partenza per Roma, dove frequenterà il corso per Primo dirigente all’Istituto superiore di polizia. Nannucci lascia la Questura di Prato dopo 15 anni di servizio e ieri, 4 maggio, ha voluto prendere congedo dai colleghi con una veloce cerimonia al bar interno della Questura, presenti il questore Alessio Cesareo, il procuratore capo Giuseppe Nicolosi e i sostituti Gestri, Canovai e Celano, ma soprattutto i poliziotti che con Nannucci hanno condiviso anni di duro lavoro sulle indagini che hanno segnato le cronache degli ultimi tre lustri.
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Un addio sobrio, com’ è nello stile del personaggio, mai sopra le righe. E senza il tradizionale rinfresco, solo qualche patatina: Nannucci ha preferito devolvere una somma a favore della famiglia di un collega scomparso.
Nel breve discorso di commiato il capo della Mobile ha ricordato anche i momenti difficili. Per almeno due volte Nannucci è stato chiamato a indagare sui propri colleghi. La prima in occasione dell’inchiesta sui cosiddetti favori ai cinesi, quando fu messo agli arresti domiciliari il capo delle volanti (coincidenza ha voluto che proprio ieri si celebrasse una delle udienze del processo, dove è stato chiamato a testimoniare l’ex questore Domenico Savi). La seconda, più recente, quando sono stati arrestati due ispettori, in forza alla Digos e all’ufficio immigrazione (e anche in questo caso si ipotizzavano favori ai cinesi).
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"In certi momenti ci sono state offese e critiche rivolte a me e all’ufficio per il lavoro che stavamo facendo - ha ricordato Nannucci - C’erano quelli che facevano gli scongiuri quando passavo nei corridoi, quelli che dicevano “ti cerca Nannucci”. Cose che non mi hanno toccato. Insieme ai miei uomini sono orgoglioso di non aver mai fatto regali a nessuno, e allo stesso tempo di non aver mai aumentato il peso delle accuse". In ufficio campeggia ancora il suo motto, una frase di Guglielmo d’Orange: “Non è necessario sperare nella vittoria per battersi con onore per la propria bandiera”. L’unico suo “errore, dice, è stato quello di innamorarsi di un’indagine, cosa che non si dovrebbe mai fare, quella sugli omicidi di Antonella Bruni e Antonio Esposito, nel 2004, di cui si accusò sei anni dopo un giovane polacco che poi però si avvalse della facoltà di non rispondere e non è stato condannato. L’ultimo pensiero è per le figlie: "Ho voluto che fossero presenti perché si rendessero conto dov’ero e con chi ero quando non potevo stare con loro".
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