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Domande choc, l’Ordine difende l’avvocato
«Lei trova sexy le divise?»: un legale chiede sanzioni per il difensore, ma i colleghi sono con lei
PRATO. Non sono piaciute ad alcuni lettori e a qualche legale le domande poste dall’avvocato Cristina Menichetti nel corso dell’incidente probatorio che si è svolto lo scorso 22 novembre a Firenze nel procedimento a carico di due carabinieri, Marco Camuffo, residente a Prato, e Pietro Costa, accusati di aver abusato sessualmente di due studentesse americane nella notte tra il 6 e il 7 settembre. Non sono piaciute in particolare a un’avvocatessa, che ha chiesto al consiglio dell’Ordine degli avvocati di Firenze di prendere provvedimenti nei confronti della collega pratese, ma il consiglio, lo scorso 21 febbraio, ha rispedito al mittente la richiesta deliberando a maggioranza il “non luogo a provvedere” ritenendo «inammissibile qualsivoglia forma di ingerenza esterna in un rapporto di dialettica processuale, governato dalle norme del codice di rito». Una richiesta, quella dell’avvocatessa di cui non si fa il nome, che il consiglio dell’Ordine ritiene tanto più grave «in quanto proveniente da un avvocato».
L’oggetto del contendere sono alcuni passaggi del verbale dell’incidente probatorio riportati il mese scorso dal Corriere della Sera che avevano suscitato qualche polemica. In particolare quando l’avvocato Menichetti, difensore di Marco Camuffo chiede a una delle due studentesse americane: «Lei trova affascinanti, sexy gli uomini che indossano una divisa?». Il giudice Mario Profeta la blocca: «Inammissibile, le abitudini personali, gli orientamenti sessuali non possono essere oggetto di deposizione». E ancora: «Lei indossava solo i pantaloni quella sera? Aveva la biancheria intima?». Anche questa domanda non viene ammessa.
All’avvocatessa che ha chiesto un intervento del consiglio dell’Ordine evidentemente è parso che la collega avesse superato il limite e per questo voleva che venisse sanzionata.
«Finché certi rilievi vengono mossi da non addetti ai lavori posso anche capire - commenta l’avvocatessa Menichetti - ma quando arrivano da persone che svolgono la tua stessa professione lo capisco meno. Soprattutto perché dovrebbero sapere che, non conoscendo gli atti di un procedimento, non è possibile capire se le domande sono o meno opportune. Io posso assicurare che tutte le domande che ho fatto in quell’incidente probatorio hanno un fondamento negli atti del processo, anche quelle che possono sembrare scandalose, altrimenti non mi sarebbe passato per l’anticamera del cervello di farle».
Va aggiunto che Cristina Menichetti, in seguito alla decisione dell’Ordine, ha ricevuto numerosi attestati di stima dai colleghi di Prato e non solo. (p.n.)
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