Il Tirreno

Prato

La svolta dopo l’omicidio di via Strozzi: pax mafiosa

La svolta dopo l’omicidio di via Strozzi: pax mafiosa

Il “capo dei capi” Zhang Naizhong impose la cessazione della guerra tra bande Le vanterie: «Sono il più potente in Europa, se ti dico che ti fotto non hai scampo»

3 MINUTI DI LETTURA





PRATO. C’è una data che bisogna tenere a mente per capire come si è arrivati a ipotizzare l’esistenza di una vera e propria mafia cinese a Prato, questione lungamente dibattuta e mai del tutto risolta fino a ieri. La data è quella del 17 giugno 2010. Quel pomeriggio due giovani cinesi, Chen Minhui di 21 anni e Chen Hao Liang di 22, vengono massacrati a colpi di machete nella piazzetta di via Strozzi, un feroce duplice omicidio in pieno giorno che fa inorridire la città e accende i riflettori sulla guerra tra bande nella comunità cinese. Gli assassini, Chen Yong e Xie Gaogui, verranno arrestati poco più di un mese dopo.

Sembra il preludio a una guerra ancora più feroce tra cinesi dello Zhejiang e cinesi del Fujian, e invece con grande sorpresa di polizia e carabinieri, dopo anni di sangue a Chinatown tutto torna improvvisamente tranquillo e quello sarà l’ultimo sussulto della guerra, per anni non ci saranno altri morti. Alla sorpresa segue il ragionamento e infine l’intuizione.

Quella calma apparente tra via Pistoiese, via Filzi e il Macrolotto di Iolo assomiglia un po’ troppo a una “pax mafiosa”, una pace imposta da chi ha interesse a spegnere quei riflettori per continuare a delinquere senza che le forze dell’ordine gli stiano troppo sul collo. E l’intuizione si rivela giusta, perché dal 2011 il capo della squadra mobile Francesco Nannucci e il sostituto procuratore Eligio Paolini (che poi passera alla Direzione antimafia) mettono occhi e orecchie su Zhang Naizhong, indicato come il punto di riferimento della criminalità cinese a Prato. L’indagine non è facile perché la comunità è tradizionalmente chiusa e la paura fa il resto. A far paura, hanno spiegato ieri il procuratore capo di Firenze Creazzo, i sostituti Paolini e Coletta e il procuratore Ettore Squillace, non a caso anche lui a Prato in quegli anni, era proprio il nome di Zhang Naizhong, conosciuto anche come l’Uomo nero. Quella pace mafiosa l’aveva imposta lui, originario dello Zhejiang, insieme al Numero 2, ancora latitante, proveniente dal Fujian, per curare meglio i propri affari. Prima le classiche estorsioni, i prestiti a usura, lo sfruttamento della prostituzione e la gestione del gioco d’azzardo. Poi il salto di qualità nell’economia legale, con l’infiltrazione nel settore degli autotrasporti. È lui stesso a raccontarsi in un’intercettazione ambientale captata il 2 ottobre 2012 all’interno della sua Bmw X6 mentre parla con la segretaria Chen Xiaoman, spiegando come sia diventato ormai un uomo di prestigio nella comunità e di come il suo potere si sia esteso anche ai cinesi che vivono in Francia. I suoi connazionali, quelli che stanno sotto di lui, li distingue in persone fidate (quelle più strettamente legate al capo), fratelli (gli associati al suo gruppo criminale) e amici (quelli legati al gruppo ma non affiliati). Adesso, dice, sono solo un uomo d’affari: «Prima non sapevo come fare gli affari perché sapevo solo fare il mafioso, ora invece non faccio più il mafioso... sono cambiato. Ci saranno sei mesi di perdita, ho già previsto anche quanto si andrà a perdere, ho previsto anche quando migliorerà l’attività, hai capito?». E ride.

Siamo alla fine del 2012 e l’Uomo nero è già un leader indiscusso. Ha già preso il controllo della ditta di trasporti Anda e di altre lo prenderà in seguito. Insomma, un mafioso che ambisce a ripulire le sue attività senza rinunciare alla forza intimidatrice del suo nome. Come dimostra un’intercettazione di qualche settimana più tardi, il 6 gennaio 2013, nella quale Zhang si vanta di essere il più potente in Europa: «Se sei un mio nemico allora sei finito... Se mi facessero scaldare non saprei più neanche il mio cognome... Tanti quando ti dicono che ti rovinano sono solo chiacchiere, ma se io ti dico che ti fotto non avrai più scampo. E sarei ancora più contento se quella persone facesse il duro e non scappasse».

Paolo Nencioni

Servizi alle pagg. 2 e 3

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Primo piano
La tragedia

Cecina, il parto in casa e il neonato morto in una busta: i dubbi da chiarire

di Claudia Guarino