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Malato di Sla parcheggiato in barella per 11 ore
È accaduto al pronto soccorso del Santo Stefano, la figlia: «Non è da paese civile». Magazzini: «Posti letto problema da affrontare»
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PRATO. Settantasei anni, da sette malato di Sla, non più autosufficiente, eppure, nonostante le sue condizioni, al pronto soccorso del Santo Stefano - dove è arrivato per forti dolori al petto provocati da una broncopolmonite con pleurite - ha dovuto sottoporsi a un’attesa estenuante per ottenere un letto: come qualsiasi altro paziente. È rimasto “parcheggiato” per 11 ore, dalle sei del mattino fino alle 17, su una barella in attesa che in un reparto qualsiasi si liberasse un letto. E la figlia Chiara Gori, ha preso carta e penna e in una lettera aperta ha dato voce a chi non ce l’ha più: suo padre. «Su quella barella - dice Chiara - ha sofferto moltissimo, si è lamentato e ha gridato per talmente tante ore che alla fine non aveva nemmeno più la forza di tossire. Chiedo - prosegue - come si possa definire un paese civile, quello in cui non c'è una cura e un'attenzione per tutti i malati ma in particolare per chi già soffre per una grave patologia e non esista un protocollo specifico che garantisca ai malati di Sla di non subire tutto questo. Ciò che noi chiediamo è che a questo tipo di pazienti, che si ammalano come gli altri ma non possono essere trattati come qualsiasi altro malato, vengano risparmiati, per quel che si può, patimenti ulteriori visto che la loro condizione già li costringe a indicibili sofferenze».
«Scrivo nella speranza che la mia indignazione venga raccolta e faccia riflettere chi di dovere sulle condizioni di coloro che non hanno nemmeno la forza di far sentire la propria voce». Così inizia la lettera di Chiara. «Mio padre è affetto da questa malattia che nel corso di sette anni lo ha reso progressivamente prigioniero del proprio corpo, costretto a letto e ad affidarsi alle cure e alle premure di chi lo circonda. Un malato di Sla, purtroppo, pur avendo questa grave patologia, non è immune da tutte le altre malattie infettive più comuni. Pertanto può accadere che abbia bisogno di immediate cure per il sopraggiungere di una "banale" bronco polmonite con pleurite, come nel caso specifico è successo a mio padre pochi giorni fa. Quando ciò accade, ci si augura che l'essere umano, già profondamente provato dalla sua sofferenza, sia fisica che psicologica, riceva un intervento immediato che lo possa sollevare da ulteriori inutili sofferenze». L’uomo si è sentito male ed è stato trasportato su un’ambulanza al pronto soccorso dell’ospedale il 15 novembre scorso.
«Una volta scongiurato il rischio - continua Chiara - che si trattasse di un problema cardiaco, mio padre è stato in attesa per 11 interminabili ore prima di ricevere cure appropriate per un'infezione polmonare. Le ore sono trascorse nei locali adiacenti al pronto soccorso, su una lettiga». Assistito dalla moglie «una donna già provata dalla sofferenza, visto che 24 ore su 24 è sempre a fianco di mio padre, che ha dovuto, in questa circostanza, anche subire l'impotenza di non poter fare niente per suo marito». «Mi preme sottolineare che in tutta questa situazione, sia i medici che il personale infermieristico che si sono occupati di lui, sono stati presenti professionali e disponibili, ma che la problematica, riguardante la mancata disponibilità di posti letto, era indipendente dalla loro volontà di trasferirlo nel reparto più indicato alle sue necessità. Mio padre ha ricevuto le prime cure e una sistemazione dignitosa alle ore 17 circa, quando è stato spostato nel reparto di medicina seconda dell'ospedale, dove tengo a sottolineare che viene attualmente seguito nella maniera più minuziosa da persone splendide».
«Capisco bene il disagio del paziente e dei suoi familiari - afferma il direttore del pronto soccorso del Santo Stefano Simone Magazzini - ma in questo caso e nei tanti che accadono quotidianamente, non solo nell’ospedale di Prato ma temo a in tutta Italia, la risoluzione del problema dei posti letto non può essere di competenza di chi nel pronto soccorso lavora».Problema antico e mai risolto, fino a ora, quello della capienza del Santo Stefano, ospedale per intensità di cura, progettato per ricoveri lampo e grande turn over, che però non riesce a soddisfare la richiesta di ricoveri di Prato. E la nuova palazzina che servirà ad aumentare di 100 unità i posti letto, se mai arriverà lo farà tra alcuni anni. «Probabilmente - conclude Magazzini - è arrivata l’ora di fare una riflessione ampia sui parametri dei ricoveri e la tipologia degli ospedali. Delle due l’una: o si smette di stupirsi dei problemi o si fa qualcosa per risolverli. Io preferisco la seconda soluzione».(c.o.)
«Scrivo nella speranza che la mia indignazione venga raccolta e faccia riflettere chi di dovere sulle condizioni di coloro che non hanno nemmeno la forza di far sentire la propria voce». Così inizia la lettera di Chiara. «Mio padre è affetto da questa malattia che nel corso di sette anni lo ha reso progressivamente prigioniero del proprio corpo, costretto a letto e ad affidarsi alle cure e alle premure di chi lo circonda. Un malato di Sla, purtroppo, pur avendo questa grave patologia, non è immune da tutte le altre malattie infettive più comuni. Pertanto può accadere che abbia bisogno di immediate cure per il sopraggiungere di una "banale" bronco polmonite con pleurite, come nel caso specifico è successo a mio padre pochi giorni fa. Quando ciò accade, ci si augura che l'essere umano, già profondamente provato dalla sua sofferenza, sia fisica che psicologica, riceva un intervento immediato che lo possa sollevare da ulteriori inutili sofferenze». L’uomo si è sentito male ed è stato trasportato su un’ambulanza al pronto soccorso dell’ospedale il 15 novembre scorso.
«Una volta scongiurato il rischio - continua Chiara - che si trattasse di un problema cardiaco, mio padre è stato in attesa per 11 interminabili ore prima di ricevere cure appropriate per un'infezione polmonare. Le ore sono trascorse nei locali adiacenti al pronto soccorso, su una lettiga». Assistito dalla moglie «una donna già provata dalla sofferenza, visto che 24 ore su 24 è sempre a fianco di mio padre, che ha dovuto, in questa circostanza, anche subire l'impotenza di non poter fare niente per suo marito». «Mi preme sottolineare che in tutta questa situazione, sia i medici che il personale infermieristico che si sono occupati di lui, sono stati presenti professionali e disponibili, ma che la problematica, riguardante la mancata disponibilità di posti letto, era indipendente dalla loro volontà di trasferirlo nel reparto più indicato alle sue necessità. Mio padre ha ricevuto le prime cure e una sistemazione dignitosa alle ore 17 circa, quando è stato spostato nel reparto di medicina seconda dell'ospedale, dove tengo a sottolineare che viene attualmente seguito nella maniera più minuziosa da persone splendide».
«Capisco bene il disagio del paziente e dei suoi familiari - afferma il direttore del pronto soccorso del Santo Stefano Simone Magazzini - ma in questo caso e nei tanti che accadono quotidianamente, non solo nell’ospedale di Prato ma temo a in tutta Italia, la risoluzione del problema dei posti letto non può essere di competenza di chi nel pronto soccorso lavora».Problema antico e mai risolto, fino a ora, quello della capienza del Santo Stefano, ospedale per intensità di cura, progettato per ricoveri lampo e grande turn over, che però non riesce a soddisfare la richiesta di ricoveri di Prato. E la nuova palazzina che servirà ad aumentare di 100 unità i posti letto, se mai arriverà lo farà tra alcuni anni. «Probabilmente - conclude Magazzini - è arrivata l’ora di fare una riflessione ampia sui parametri dei ricoveri e la tipologia degli ospedali. Delle due l’una: o si smette di stupirsi dei problemi o si fa qualcosa per risolverli. Io preferisco la seconda soluzione».(c.o.)
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