Il Tirreno

Prato

A tavola con gli ultimi, il pranzo dei poveri - Foto e video

di Cristina Orsini
A tavola con gli ultimi, il pranzo dei poveri - Foto e video

Prato, iI vescovo Franco Agostinelli, nella giornata istituita dal Papa, ha inviato 150 bisognosi in palazzo vescovile, il monito alle istituzioni e le storie di chi non ce l'ha fatta

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PRATO. Troppi bambini, il colore della pelle non ha importanza, seduti attorno alla trentina di tavoli, ben allineati e ben apparecchiati, allestiti nel salone di Palazzo Vescovile per il pranzo che monsignor Franco Agostinelli ha offerto ai poveri di Prato, nella giornata istituita da Papa Francesco per ricordarsi che esistono anche loro, gli ultimi, gli invisibili. E quello scricciolo di due anni, una bimba nigeriana con le treccine, che beve avidamente dal bicchiere di plastica la pappa col pomodoro, che fa il compleanno proprio oggi. Per lei è festa grande: ci sono anche la torta e il regalo. Chissà quante volte, in vita sua, sarà riuscita a mangiare dall’antipasto al dolce.

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Tanti, di tutte le età, alcuni un po’ in imbarazzo, molti spaesati, tutti ben vestiti e puliti, in maggioranza italiani, ma all’invito del vescovo sono accorsi anche alcuni cinesi e un buon numero di africani, eccoli i poveri di Prato, quella massa silenziosa che per tirare avanti - perché a metà del mese i soldi sono già finiti - hanno bisogno di chiedere l’aiuto delle parrocchie, di uno dei ventisei centri d’ascolto istituiti dalla Caritas o all’organizzazione vincenziana. Tornare a casa col pacco alimentare o quelle poche decine di euro che servono per evitare di farsi tagliare la luce in casa, diventa sopravvivenza.

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Seduto a un tavolo sulla destra della sala il vescovo: «Sono contento di questa opportunità che mi è stata data - dice - ma avrei voluto dare spazio a tutti e sarei stato contenuto di poterlo fare. Sarei più contento, però, se questa giornata del povero non fosse sola “una giornata” perché altrimenti diventa accademia e quindi offensiva per chi è povero davvero, vorrei ci fosse continuità in termini di attenzione, solidarietà, e condivisione. Con i poveri bisogna compromettersi: tante istituzioni della Chiesa di Prato lo fanno già, ma bisogna ci sia un coinvolgimento più ampio, anche di chi ha la responsabilità della cosa pubblica perché nessuno può dire “a me questo non tocca”». Un invito forte all’unione e alla solidarietà che Agostinelli aveva lanciato, poco prima, anche dal pulpito, durante l’omelia: « Mi dicono che l’Italia e anche Prato stanno finalmente ripartendo, me ne compiaccio ma finché c’è povertà, finché c’è miseria vicino a noi, non possiamo parlare di civiltà, progresso e coesione».

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Dall’altra parte della sala al primo piano di Palazzo Vescovile, è seduta la presidentessa della Caritas Idalia Venco: «Abbiamo lavorato tanto ma siamo soddisfatti. Seduti ai tavoli assieme ai poveri - dice - ci sono anche le tante persone che li hanno aiutati a superare le difficoltà in questi anni: persone delle parrocchie e dei centri di ascolto, mangiano insieme, condividono il pasto ed è questo il senso profondo di questa giornata».

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Una ventina di ragazzi servono i tavoli, sono scout e giovani della parrocchia di Mezzana, nella sala di fianco Tommaso Gei, presidente Fipe-Confcommercio e titolare del ristorante Capriolo, sovrintende allo sporzionamento dei cibi (sformatino, lasagne, secondo, mix di dolci) che i ristoranti aderenti alla sigla (Le Barrique, Il Capriolo, Le Fontanelle, Logli, Lo Scoglio e pasticceria Peruzzi) hanno donato.

«Ringrazio Dio di avermi dato la forza e l’umiltà di chiedere aiuto a queste persone meravigliose perché altrimenti io e mio marito oggi saremmo per strada a chiedere la carità». Ha 62 anni la donna - il nome verrà omesso - una dei tanti invitati al pranzo, disponibile a raccontare la sua storia, terribile come può essere terribile una storia come tante altre. Aveva un’attività col marito: una falegnameria. «Nel 2005 abbiamo fatto due lavori importanti (uno per 70.000 euro e l’altro per 180.000 ndr) che non ci sono stati pagati e abbiamo dovuto chiudere». Due assunzioni successive in ditta di mobili per lui, lavoretti da sarta per lei «e così - prosegue - siamo riusciti a tirare avanti dignitosamente». Fino all’entrata in vigore della legge Fornero che come corollario si è portata dietro quel grande “buco nero” degli esodati. «Mio marito, tra i più vecchi in aziende, era appena andato in pensione, finita la liquidazione, ci siamo trovati senza niente, niente davvero». Era il 2012, la pensione all’ex falegname verrà erogata tra due anni, nel 2020. Da allora e fino a oggi, troppo spesso per riuscire a mettere in tavola qualcosa da mangiarehanno avuto necessità di rivolgersi alle istituzioni della Diocesi.

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Anche l’ex edile di 59 anni, è precipitato nel gorgo della povertà dopo aver perso il lavoro. «Sono venuto da Napoli fino a Prato, dove c’era già mio fratello, perché sapevo che qui c’era da fare. Poi è andata come è andata, la crisi, la ditta che ha chiuso e dal 2009 non ho mai più avuto uno stipendio fisso». L’altra sera, per mettersi in tasca dieci euro, ha trasportato mobili su e giù per le scale, per ore. «Ma io - dice - non mi rassegno mai».
 

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