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Tratta dei talenti, l’ivoriana si difende: "Volevo aiutarli"

Tratta dei talenti, l’ivoriana si difende: "Volevo aiutarli"

Prato, interrogata a lungo Stephanie Nety, in sciopero della fame da 5 giorni. La difesa chiede i domiciliari e il rito abbreviato  

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PRATO. Un lungo interrogatorio, cinque ore sotto il torchio dei sostituti procuratori Lorenzo Gestri e Lorenzo Boscagli, che l’hanno sentita per la prima volta nell’ambito della maxi-inchiesta sulla tratta dei calciatori africani minorenni. L’ivoriana Eulalie Stephanie Nety ha parlato per la prima volta, difendendosi dalle pesanti accuse che, almeno in questa fase dell’inchiesta, la vedono come imputata principale. Tanto che è l’unica dei quattro sottoposti a misure cautelari, ad essere finita in carcere a Sollicciano. La difesa, affidata agli avvocati Leonardo Sanesi e Nicola Catucci di Firenze, ha chiesto di trasformare la misura in arresti domiciliari e il rito abbreviato. La donna è in sciopero della fame e della sete dal giorno del suo arresto e solo dopo l’interrogatorio i legali pare l’abbiano convinta ad interrompere la protesta.

«È stata dipinta come un mostro – dice l’avvocato Sanesi – ma, seppure con forme non corrette, ha solo cercato di aiutare dei parenti minori rimasti orfani di madre per poter offrire loro un futuro migliore». La donna durante il lungo interrogatorio ha cercato di ricostruire il modo in cui i sei ragazzi ivoriani destinati a giocare a calcio sono stati fatti arrivare in Italia, se la donna ne abbia o meno ricevuto in cambio denaro, e poi i suoi rapporti con le altre figure chiave di questa inchiesta, il procuratore di calcio Filippo Pacini, il presidente della Sestese Filippo Giusti e il presidente del Prato Paolo Toccafondi.

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Ma Stephanie Nety ha dovuto rispondere anche ad altri aspetti a latere della vicenda che sono emersi dalle indagini e dalle intercettazioni telefoniche. Nel fascicolo, spunta, per esempio, la figura di un uomo di 85 anni, che aiutava la piccola comunità ivoriana pratese in alcune commissioni (come fare la spesa). Il sospetto è che sia stato spinto dall’ivoriana ad avere rapporti con sua nipote di appena 12 anni, in cambio favori sul permesso di soggiorno, il ricongiungimento familiare e la possibilità di far tesserare i ragazzini nelle squadre italiane. «Sospetti tutti da dimostrare», taglia corto l’avvocato. Bocche cucite da parte degli inquirenti sul contenuto dell’interrogatorio, ritenuto tuttavia fruttuoso.

I capi d’imputazione a carico dell’ivoriana sono pesanti. Tra questi, la violazione del testo unico sull’immigrazione, col compimento di atti diretti a procurare illegalmente l’ingresso nel territorio italiano di connazionali minorenni, la produzione di documentazione falsa in riferimento alla presunta maternità di uno dei minori, poi smentita dall’esame del dna. Prima della donna ivoriana era toccato ad un altro indagato finire sotto il torchio degli investigatori. Si tratta del procuratore del Rimini calcio Marco Cevoli, sentito insieme al calciatore ivoriano Christian Kouamé, arrivato nel 2013 per essere gestito da Prato e Sestese ed approdare poi al Cittadella. La testimonianza di Cevoli viene ritenuta utile per capire i meccanismi del business che sta dietro a questi trasferimenti di calciatori africani.

Francesco Albonetti
 

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