L’Italia in bicicletta di Curzio Malaparte
Prato, i due volti del Paese, nel 1949, visti attraverso gli occhi di Bartali, “Ginettaccio”, il credente e Coppi il campionissimo laico
PRATO. E’ dalla sinergia tra l’antico e il moderno che nasce una serie di serate per celebrare il 60mo anniversario della morte di Curzio Malaparte.
L’antico è rappresentato dalla Casa Pia dei Ceppi, il moderno dalla sezione pratese della società filosofica italiana nata lo scorso anno. Il primo degli appuntamenti è andato in scena venerdì 16 giugno a Palazzo Datini (dove si terranno anche gli altri due del trittico). Ad aprire le danze Lucrezia Ercoli, docente dell’Accademia di Belle Arti dell’Aquila e direttrice del festival “Popsophia”. La docente è autrice del libro “Philosophe malgré soi. Curzio Malaparte e il suo doppio” (Edilet, 2011) dove ricostruisce la filosofia implicita nell’opera letteraria di Malaparte. «Che non era un filosofo – spiega Walter Bernardi presidente della fondazione Casa Pia dei Ceppi – ma nei suoi scritti c’era una visione del mondo». Bernardi è docente universitario in pensione e scrittore. Snocciola alcune curiosità legate a Malaparte e alla bicicletta (anche il professore è un grande appassionato delle due ruote). Prima di tutto Bernardi ricorda il libro “Les deux visages de l’Italie” scritto in francese da Malaparte nel 1949 e poi tradotto anche in italiano.
«Lo scrittore – spiega il professor Bernardi – traccia i due volti dell’Italia analizzando i corridori Fausto Coppi e Gino Bartali. Parla di una rivalità costruita fra i due e mette in risalto l’aspetto laico (di Coppi) e quello credente (di Bartali). Si tratta di un capolavoro assoluto di giornalismo sportivo che traccia due visioni filosofiche dell’Italia. Il libro è corredato da simpatiche vignette sui due miti della bicicletta. Malaparte – prosegue il presidente della fondazione – era venuto a conoscenza di un’affermazione di Serse Coppi, il fratello di Fausto che era notoriamente un tombeur des femmes, che aveva sentenziato che la bicicletta è come una donna. Aveva pensato bene di sentire il parere di Bartali su quell’argomento un po’ scabroso per i campioni dello sport».
Di seguito il siparietto tra Malaparte e Bartali che si trova fra le pagine del libro del 1949. «Non trovi che la tua bicicletta somigli ad una bella ragazza? Non ti sembra una bella fiorentina?» chiese lo scrittore al corridore. E il campione di Ponte a Ema: «Troppo magra per i miei gusti».
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Ma Malaparte incalzava: «Voglio dire che somiglia ad una giovane fiorentina nel modo di essere. Sarà pure una ragazza un po’ troppo magra, come dici tu, ma è spiritosa, ed è sveglia«.
«Si che lo è – ribatté Bartali – ma non sempre. Io la preferisco quando non è troppo intelligente e non ha la pretesa di darmi dei consigli. Mi piace di più quando è malleabile, quando non vuole fare di testa sua e prendermi la mano, come tutte le belle donne. Se fosse un po’ più stupida le vorrei più bene, ecco». E Malaparte: «Perché vorresti che la tua bicicletta fosse un po’ più stupida? Guarda quella di Coppi. E’ molto intelligente. E si vede». Ma Bartali chiuse il discorso con una frecciatina al suo rivale: «Certo, si vede. Si vede che è molto, molto intelligente come dici tu. Se non fosse così intelligente, Fausto sarebbe tornato a fare il salumiere da un pezzo».
Curzio Malaparte era un appassionato di bici, passione eredita dal padre Erwin Suckert. E proprio del padre ne parla in “Paesaggio con bicicletta” in “Donna come me” del 1940 dove descrive l’incontro fra i genitori che si vedono per la prima volta alle Cascine di Firenze nel 1890. La madre, Eugenia Perelli, che allora aveva 16 anni fece una grande impressione su Erwin tanto da farlo cadere dalla bicicletta. «Mio padre – scrive Malaparte – era stato il primo a Firenze, a percorrere via Tornabuoni in bicicletta (un velocipede tedesco di marca Phaenomen, che era allora la migliore marca al mondo)». Lo scrittore racconta di come la bici del genitore fu la prima apparsa a Firenze e Prato. «Gruppi di operai, di artigiani, di contadini – scriveva – si affollavano con diffidenza intorno alla Phaenomen di mio padre che ne spiegava orgoglioso il meccanismo. Era un vero pioniere, mio padre, il pioniere di una nuova civiltà. Aveva portato a Prato i primi telai meccanici, dedicandosi a trasformare i barrocciai, gli artigiani, i contadini, i ladri di polli, in operai, e i tessitori a mano in tessitori a macchina». «Dopo Datini – dice sicuro il professor Bernardi – Malaparte è il pratese più famoso. Sicuramente contestato e al centro di polemiche ma un protagonista della cultura del Novecento».
Walter Bernardi sottolinea come nelle antologie di italiano non si trovi traccia di lui eppure all’estero è conosciuto e studiato. «Personaggio controverso – dice – che è stato mandato anche al Confino, che ha scritto dei libri significativi come ‘Kaputt’, ‘La pelle’ e poi ‘Mamma marcia’. Aveva una straordinaria capacità di scrittura. Il suo primo libro è del 1922, ‘Viva Caporetto’. E’ firmato col suo vero nome Kurt Erich Suckert (lo pseudonimo di Malaparte lo prenderà in seguito, ndr). Un libro provocatorio dove secondo lui la cosa più significativa della guerra è stata la sconfitta. Il libro, per i suoi contenuti, venne sequestrato per due volte». Un personaggio poliedrico, Malaparte, che ha firmato pure la regia di un’opera lirica: « Era ‘La fanciulla del West’ di Giacomo Puccini – precisa Bernardi – che andò in scena nel 1955 a Firenze al Maggio musicale. Come si evince - termina il professore - Malaparte non è stato solo scrittore e giornalista ma anche regista, reporter, autore di riviste e fotografo». (3 - continua)
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