Il Tirreno

Prato

«Ero a Capaci subito dopo la strage» 

«Ero a Capaci subito dopo la strage» 

Poliziotta siciliana dal 2001 a Prato, all’epoca ventiseienne, racconta i drammatici momenti dopo la morte di Falcone

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PRATO. Aveva appena 26 anni quando ha vissuto l’esperienza che avrebbe cambiato per sempre la sua vita. Lei, una poliziotta dal 2001 a Prato che preferisce mantenere l’anonimato, il 23 maggio del 1992 era in servizio alla questura di Palermo. «Quel giorno ero di turno il pomeriggio, di pattuglia insieme all’ex caposcorta di Giovanni Falcone. Arrivò la notizia di uno scoppio sull’autostrada. Poi quel nome che ci fece catapultare come in incubo verso Capaci: Quarto Savona Quindici, la macchina blindata sui cui viaggiava il giudice e che conoscevamo benissimo. Lasciammo lì, graziando sul posto, una persona che stavamo controllando per un’affissione irregolare di manifesti. E lo scenario di devastazione che ci trovammo davanti fu qualcosa di indescrivibile, una lacerazione al cuore che non mi ha mai abbandonato, insieme a tutto quel che avvenne nelle ore successive».
La donna ha ancora la voce rotta, si commuove e confessa che, ripensando a quei momenti, le viene ancora da piangere. «I colleghi della scorta li conoscevo benissimo. Montinaro lo avevo incontrato a mensa la mattina, col suo bel vestito azzurro. Schifani qualche giorno prima passeggiava con la moglie e il figlio neonato. Non si può descrivere il dolore a parole». La donna ricorda di aver scortato le sacche di sangue a Francesca Morvillo, la moglie magistrato di Falcone: «Era ancora viva, è morta non appena siamo arrivati in ospedale. Abbiamo vegliato le salme. Un collega mi tirò indietro coprendomi il volto, per non farmi guardare, fino a quando non le hanno ricomposte. Poi al funerale eravamo in testa al corteo, la prima volante dopo il feretro di Falcone. Abbiamo lavorato senza sosta ventiquatt’ore su ventiquattro, senza che nessuno rivendicasse gli straordinari». La poliziotta che oggi vive a Prato racconta ancora di essere rimasta stupita dalla grande forza di Rosaria Schifani, la vedova di uno degli agenti di scorta rimasti uccisi nell’attentato di Cosa Nostra, che ebbe il coraggio di parlare in chiesa davanti ai politici, chiedendo ai colpevoli di inginocchiarsi. Immagini rimaste indelebili dalle dirette televisive e immortalate anche nel film di Pif “La mafia uccide solo in estate”.
«Ci siamo sostenuti tra noi – prosegue la testimone – La polizia è una grande famiglia e in questi casi lo dimostra ancora di più. Devo dire che nei giorni seguenti ci accorgeremmo che a Palermo era cambiato qualcosa nella consapevolezza delle persone, ci ha dato supporto la vicinanza della gente. Ma nel 2001 ho lasciato la città, che ormai era diventata un cimitero di lapidi, con quasi tutte le strade che portano i nomi di magistrati o colleghi uccisi dalla mafia».
Ieri mattina nella piazza che porta il loro nome, Falcone e Borsellino, e proprio in quel pezzo di giardino intitolato a Francesca Morvillo dove è stata apposta una lapida, si è svolta la cerimonia nei venticinque anni della strage di Capaci.
Francesco Albonetti

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