Il Tirreno

Prato

Sesso con una tredicenne Condannato a sette anni 

di Paolo Nencioni
Sesso con una tredicenne Condannato a sette anni 

Venticinquenne pachistano si scusa in aula: «Mi dispiace di essermi innamorato di una persona più piccola di me». Ma era accusato anche di minacce alla madre

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PRATO. «Chiedo scusa se mi sono innamorato di una persona più piccola di me, chiedo scusa se le ho fatto del male, non volevo».
Il pentimento di fronte al giudice non ha evitato a un giovane pachistano una condanna a sette anni di reclusione per “atti sessuali con minorenne”. Il processo che si è concluso ieri col verdetto a carico di Sana Ur Rehman Aziz, 25 anni, non era su un classico caso di violenza sessuale. L’imputato era accusato di aver avuto rapporti sessuali con una ragazzina italiana consenziente. Solo che questa minore all’epoca dei fatti, tra l’estate e l’ottobre 2015, non aveva ancora compiuto 14 anni e la legge non lo consente.
Poi il giovane pachistano ci ha messo del suo, perché dopo l’allontanamento da quella che considerava la sua fidanzata si è messo a minacciare la madre di lei con messaggi e foto di se stesso con in braccio un kalashnikov o di non ben identificati giovani connazionali anche loro armati di fucile. È per questo che il pubblico ministero Egidio Celano nell’arringa ha sostenuto che Aziz, difeso da Alberto Catalano (parte civile Francesca Caselli), non meritava le attenuanti generiche.
Aziz e la ragazzina si sono conosciuti circa tre anni fa . Ne è nata una relazione sbilanciata: da una parte un uomo fatto, dall’altra una ragazzina. In aula il pubblico ministero ha ricordato che tra i due ci sono stati rapporti sessuali di tutti i tipi senza protezione, in molti casi ripresi col telefonino (foto e video). In un caso anche in un giardino pubblico.
Tutte queste immagini sono state trovate nel cellulare del pachistano l’8 luglio 2016, quando la squadra mobile lo arrestò a Malpensa di rientro dopo una breve permanenza in Pakistan. Sette mesi prima il sostituto procuratore Antonio Sangermano gli aveva inviato un invito a comparire ma il giovane non si era mai fatto vedere.
A far scattare le indagini nei suoi confronti erano state le confidenze della ragazzina alla madre, all’inizio dell’ottobre 2015, che avevano provocato l’allontanamento di lei da lui e le minacce di lui alla madre. Dunque Aziz sapeva di essere tenuto d’occhio, ma non si sarebbe dato per vinto.
In precedenza, quando ancora pensava che la tredicenne fosse la sua legittima fidanzata, aveva osato anche di più. Un giorno i due erano spariti e poi e poi si seppe che erano andati a Roma. Secondo l’accusa lui la voleva portare in Pakistan (ma la difesa ha avuto buon gioco a eccepire che sarebbe stato impossibile vista la sua età e la mancanza del passaporto). Fu il fratello di lui, che è stato ascoltato ieri in aula, a convincerlo a rinunciare.
Il giorno dopo la tredicenne fu riportata a casa e i genitori capirono che la situazione era diventata insostenibile. Il fratello di Aziz ha detto anche che certi rapporti in Pakistan sono ammessi ma solo se c’è un matrimonio combinato. Il pubblico ministero Celano ha ribattuto che, anche volendo prendere per buona questa usanza, vietata dalla legge in Italia, il matrimonio combinato prevede certe formalità (tra cui la conoscenza tra le due famiglie) e che questo è un caso completamente diverso.
L’avvocato difensore ha provato a convincere i giudici che, pur avendo avuto “un comportamento deprecabile”, Aziz non è un mostro, ma non ha fatto breccia.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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