Il Tirreno

Prato

Borse & Borse, l’altra Cina 

di Paolo Nencioni
Borse & Borse, l’altra Cina 

Viaggio nella fabbrica di San Donnino dove è entrato anche il sindacato

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PRATO. Per chi ha negli occhi le immagini delle confezioni cinesi di Prato, entrare da Borse & Borse a San Donnino è come immergersi nella dimensione del fiabesco. Se a Prato in molti casi è difficile anche solo accedere alle ditte coi vetri oscurati e le telecamere all’esterno, qui in via delle Molina, tra l’Arno e il Bisenzio, la differenza si vede già all’ingresso: c’è una reception e ti danno il badge con la scritta “visitatore”. Roba che nemmeno nelle aziende italiane più strutturate. Via Toscana, dove il 1° dicembre 2013 sette operai cinesi morirono nell’incendio della confezione cinese Teresa Moda, dista appena 14 chilometri ma da qui sembrano mille, un altro pianeta.
Sì, perché anche Borse & Borse è un’azienda cinese, ma i 167 dipendenti (per l’80% orientali, il resto italiani, romeni, pachistani, filippini) sono tutti assunti regolarmente, vengono pagati secondo il contratto nazionale di lavoro Pelli e cuoio, hanno la mensa, c’è un responsabile per la sicurezza, si pensa di realizzare un corso di italiano e un asilo nido aziendale. E per la prima volta in un’azienda cinese tra Prato e Firenze, il 27 aprile i lavoratori hanno eletto i loro rappresentanti sindacali, cosa che da un paio di settimane ha acceso i riflettori sulla Srl amministrata da Fu Fanghui, 33 anni, tre figli e un fatturato dichiarato di oltre 6 milioni di euro. Uno che si è fatto da sé, dice, uno che aveva fame e se la sta togliendo senza cedere alla tentazione dell’apparire. È forse l’unico imprenditore cinese di un certo livello che non si sposta su Porsche Cayenne, Audi A7 o Bmw, nemmeno una misera Mercedes. No, lui guida una Golf, peraltro intestata alla moglie. Lo racconta rispondendo in parte alla domanda su come si fa ad appena 24 anni (la società è nata a Poggio a Caiano nel 2008) ad aver accumulato il capitale necessario a reggere questa baracca. «Anziché portare l’utile a casa e comprarmi il macchinone, ho sempre reinvestito nell’azienda, tanto che l’anno scorso ho chiuso in pari. Prima di prendere il primo cliente, quello che ha fatto la nostra fortuna, ho fatto tutte le cazzate che hanno fatto i miei connazionali, mi dicevo che ero una fava, poi mi hanno detto che suona male...».
Sulle sciocchezze del passato Fu Fanghui sorvola ma c’è da credere che si riferisca alle irregolarità di tanti imprenditori cinesi, operai senza contratto, mancato rispetto delle norme di sicurezza. Ma quello, appunto, è il passato: «Ora è diverso, sono maturato nel tempo». Ora è casa e fabbrica, dalle 8 alle 22, anzi qualcosa in più, perché dice di fermarsi tutte le sere a controllare i macchinari.
Anche su quel primo cliente il padrone di Borse & Borse vorrebbe sorvolare, ma non è difficile scorgere sui banconi da lavoro il simbolo “Ysl” (Yves Saint Laurent) a cui si sono aggiunte magari più tardi le due altrettanto prestigiose C intrecciate di Chanel e un altro brand internazionale di cui non è dato sapere il nome.
La svolta è arrivata nel 2010 con la grande commessa e nel giro di un paio di anni la società si è trasferita da Poggio a Campi Bisenzio, insediandosi al posto di una fabbrica che era bruciata.
Dalle ceneri è nata un’azienda cresciuta esponenzialmente e che, nei piani di Fu, è destinata a raddoppiare. «La nostra forza sono i dipendenti - dice Fanghui - Io ho interesse che la manodopera sia tranquilla». Ed è forse per questo che a Borse & Borse, dopo qualche frizione, è arrivato il sindacato. «C’erano stati dei fraintendimenti con alcuni dipendenti - spiega Fanghui - È stata l’occasione per conoscersi con Giuseppe». Che sarebbe Giuseppe Priolini, il sindacalista Uil che ha convinto il 40% dei dipendenti a prendere la tessera e di fatto ha monopolizzato la Rappresentanza sindacale unitaria appena eletta.
«Ora la sicurezza è migliorata - dice Fu Fanghui - Per me la sicurezza su lavoro è un investimento come un altro: meglio prevenire che curare». Musica per le orecchie del presidente della Regione Enrico Rossi che qui è venuto in visita qualche mese fa dopo aver messo in piedi i controlli straordinari alle confezioni nel post-Teresa Moda.
Ma Fanghui va oltre e tenta di smarcarsi dal luogo comune dei cinesi che pensano solo a guadagnare: «Ci sono tante cose più importanti dei soldi. Te ne dico tre: rispetto, dignità e soddisfazione. E io non voglio morire come il più ricco del cimitero. Si dice così anche da noi in Cina, nonostante siamo due paesi di grandi lavoratori. In ogni caso non si può lavorare per morire, come è successo alla Teresa Moda, bisogna lavorare per vivere». E allora ecco il welfare cinese in salsa campigiana: qui alla mensa i figli degli operai mangiano prima dei genitori. E alcuni dei genitori indossano una maglietta col la scritta “La forza in noi”. «Per me è il secondo nome di Borse & Borse - dice Fu - La forza è dentro di noi, anche i veri concorrenti sono dentro di noi. Quelli di fuori ci aiutano a crescere».

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