Il Tirreno

Prato

«Così abbiamo aiutato i migranti in fuga» 

di Paolo Nencioni
«Così abbiamo aiutato i migranti in fuga» 

Il racconto di due ristoratori greci e di una coppia di Lampedusa a Mediterraneo Downtown: elogio del “buonismo”

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PRATO. Quella dozzina di manifestanti di destra che ieri pomeriggio hanno interrotto un dibattito al Mediterraneo Downtown, il festival in corso al Museo del Tessuto su migrazioni, diritti e mare nostrum, per accusare le Organizzazioni non governative di lucrare sui profughi avrebbero fatto bene a trattenersi un po’dopo lo show a favore di telecamere anziché uscire frettolosamente per rivendicare l’azione su Facebook. Avrebbero avuto l’occasione di imparare qualcosa, o magari anche solo di riflettere. Dopo il dibattito un po’per addetti ai lavori sulla geopolitica del Mediterraneo, infatti, ne è iniziato un altro dal titolo intrigante, “Cattivissimi”, dove in realtà si parlava di “buonismo”, quel termine inventato ormai 22 anni fa da Ernesto Galli Della Loggia e che da allora è stato usato per ribaltare la qualità in insulto e suona un po’come “pietismo ipocrita”.
Sono certamente “buonisti”, e fieri di esserlo, Michalis Georgalis e sua moglie Maria Makrogianni, ristoratori dell’isola greca di Samos che due anni fa hanno accolto e rifocillato centinaia di profughi in arrivo dalle coste turche. Sono buonisti Costantino Baratta e la moglie Maria Rosa Maggiore, che da quasi 20 anni fanno la stessa cosa sull’isola di Lampedusa.
Ed è difficile non commuoversi quando li si sente raccontare con parole semplici quello che hanno fatto.
«Ho cominciato a fare panini – dice Maria Makrogianni – Ne facevo anche 70-80 al giorno...». Maria ha cominciato a fare panini, due anni fa, quando davanti al ristorante hanno iniziato a sfilare i profughi appena sbarcati. «Passavano e ci dicevano che avevano fame, è bastato un sorriso e gli abbiamo dato pollo e patatine».
Ha cominciato con un panino, nel 1999, anche Costantino Baratta, muratore: «Una mattina alle 7 ho trovato un ragazzo di colore che beveva nel fusto dove mescolavamo la malta. Gli ho dato l’acqua buona e il panino che mi ero portato dietro per il pranzo. A quel tempo gli scafisti arrivavano fino a venti metri dalla riva e buttavano i profughi in mare con un sacco di panni asciutti. Quel primo ragazzo mi chiese dove si prendeva il treno per Parigi. Io ho sparso un po’di sabbia per terra e gli ho fatto la mappa, gli ho fatto vedere dove ci trovavamo. Si è messo le mani nei capelli...». Maria Rosa il suo primo profugo lo ha trovato su una panchina: «Si chiamava Tarak, veniva dalla Tunisia e voleva telefonare. Sono tornata il giorno dopo, lo abbiamo portato a casa e gli ho dato i vestiti di mio figlio, emigrato a Milano. Ora Tarak è a Lione e ci sentiamo spesso. Da quel giorno so che non ho un solo figlio, ho tanti figli».
Ne ha tanti anche Maria Makrogianni, che si portava in casa i figli delle donne costrette a dormire d’inverno sulle sdraio di Samos. «Facevo decine di lavatrici ogni giorno, e panini, naturalmente. Ora queste persone fanno parte della nostra vita». Ma a Samos, ovviamente, non sono tutti della pasta di Maria e di Michalis, tanto che lei e il marito hanno chiuso il ristorante perché la gente del posto non ci andava più: «Dopo un po’sono venuti a lamentarsi perché accoglievamo quella gente. Qualcuno ha chiamato anche la polizia, ma i poliziotti hanno detto che per loro andava bene. Qualcuno ha cercato di entrare in casa nostra, ci hanno tirato i sassi alle finestre». Michalis è venuto a Prato ma non vorrebbe parlare, dice che si commuove troppo facilmente. Si limita a raccontare del suo primo profugo, un bambino sorpreso a prendere un pomodoro dall’orto di Maria: «Gli ho lasciato il pomodoro e gli ho fatto un letto, si è addormentato subito».
A tantissimi altri è andata peggio. Costantino Baratta li ha visti in faccia il 3 ottobre 2013, quando un barcone si rovesciò davanti alla costa e morirono più di 300 persone. C’era anche lui a salvare quelli che poteva, una dozzina. «È stata la prima volta che mi sono chiesto sul serio perché scappavano dal loro paese. Ho studiato la storia di Eritrea e Somalia, dove ti obbligano a combattere da quando sei bambino e allora ho capito. Da allora quando la gente mi chiede perché li aiutiamo io rispondo “andate a documentarvi”».
Chissà se i manifestanti che se la prendono con le Ong ne avranno voglia.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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