Il Tirreno

Prato

La memoria dentro un pezzo di pane

Samuele Bartolini
Ernesto Grandini dell’associazione sinti italiani di Prato
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Ernesto Grandini dell’associazione sinti italiani di Prato

Ernesto Grandini racconta la storia di Giovanni Haldaras, sinti, riuscito a scampare alle deportazioni nazifasciste

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PRATO. Il silenzio e il pezzo di pane in tasca. Per decenni Giovanni Haldaras si è tenuto a mente questo imperativo: meglio tenere la bocca cucita. Inutile dire anche una sola parola su quegli anni orribili passati a scappare lui e la sua famiglia dalle deportazioni nazifasciste.

«Tanto nessuno mi avrebbe creduto», diceva alle persone più care. E poi quel tozzo di pane nella tasca dei calzoni. Quel pezzo di vita da cui non si allontanava mai. E quando è morto se l'è portato pure nella tomba. Perché la fame nera patita negli anni della fuga gli è rimasta impressa a fuoco, lo teneva in allerta e gli imponeva di avere sempre un po' di cibo a portata di mano. Come un salvavita, come un amuleto scaccia-fame anche dopo la guerra.

Purtroppo la storia di Giovanni Haldaras è una come tante. Lui pratese della comunità Sinti costretto a darsi alla fuga negli anni della seconda guerra mondiale per scappare dalla furia nazifascista. Sono gli orrori del Porrajmos (il divoramento). E' la persecuzione da 500mila morti nei campi di sterminio di Auschwitz e Birkenau subita dalle minoranze linguistiche Sinti e Rom durante il fascismo che è tornata alla luce solo sul finire del secolo scorso. Ma Giovanni Haldaras è uno di quelli che ce l'hanno fatta. Lui è riuscito a scampare all'orrore dei lager.

Con Ernesto Grandini, dell'associazione Sinti Italiani di Prato, proviamo a raccontare la sua storia. Tutto comincia in un Prato inquieta degli anni prima della seconda guerra mondiale.

«Al piazzale davanti ai Macelli c'era un campo Sinti dove Giovanni, sua moglie e suo fratello vivevano insieme ad una comunità di 15 famiglie. Giovanni di lavoro puliva le caldaie, aggiustava le pentole in rame e in alluminio», racconta Grandini.

Ma la politica fascista si andava progressivamente radicalizzando. Nel 1940 arrivano gli ordini di pulizia etnica. Cominciano le prime persecuzioni e il campo dei Macelli viene smantellato: via le giostre, via i caravan. Giovanni viene spedito lontano, si ritrova a vivere nel campo di internamento di Agnone, nell'ex convento di S. Bernardino, Molise. Una traversata del deserto fino all'8 settembre 1943, il tana libera tutti dell'Armistizio con gli americani. Sembra la fine della guerra, il ritorno ad una vita normale dopo le sofferenze di Agnone. E invece arriva il colpo di coda dei fascisti. Per Giovanni e la sua famiglia si preparano i lunghi mesi della fame nera.

«Vengono rintracciati dai repubblichini di Salò nel Nord Italia. Scatta il rastrellamento dei fascisti. Giovanni e i suoi riescono a scappare. Altri che erano con loro vengono catturati», racconta Grandini. E' una fuga rocambolesca verso il nulla.

Cominciano lunghi mesi di rifugi improvvisati, di nascondigli in mezzo ai boschi sulle montagne. Lontano dalle strade maestre, lontano dagli abitati. Un errore. Una disattenzione. E i fascisti potrebbero trovarli. Ma lo sbandamento è totale. Giovanni e la sua famiglia finiscono per tornare sui loro passi. Niente ritorno a Prato. Sono le montagne della Maiella che diventano la loro casa.

«Qui hanno passato i loro giorni più tremendi. Vivevano dentro le grotte. Si cibavano di quello che trovavano. La fortuna era di incontrare ogni tanto qualche contadino che donava delle patate, un po' di pane - dice Grandini -, con il terrore che facesse la spia».

Poi l'incubo della guerra finisce. I nazifascisti vengono messi definitivamente alla porta e Giovanni torna a vivere nella sua città, Prato. Però quanta sofferenza, quanto dolore.

Con quel pezzo di pane che gli è rimasto in tasca per tutta la vita.

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