Il presidio
Cinque anni per una pena scontata
Giustizia lenta: scippatore riconosciuto dalle vittime, ma il processo s’inceppa
PRATO. «Condannatemi, almeno avrò un tetto». Così parlava nel settembre 2011 Fulvio Rosati, allora trentottenne, dopo l’ennesimo arresto con l’accusa di scippo nel parcheggio del Parco Prato. All’epoca lo accontentarono subito: patteggiò una pena relativamente dura, quattro anni di reclusione. Ma per arrivare alla condanna per altri cinque episodi (il furto di uno scooter e quattro scippi) Rosati ha dovuto attendere più di cinque anni, anche se le prove erano lampanti e lui quasi non si è difeso. Dal settembre 2011 sono passati più di tre anni per arrivare, nel gennaio 2015, alla prima udienza del processo che poi si è trascinato per due lunghi anni fino alla sentenza emessa ieri dal giudice Angela Fedelino: un anno e otto mesi col rito abbreviato. Eppure le impronte digitali di Rosati, ieri difeso da Andrea Torri, erano rimaste sullo scooter rubato e l’uomo era stato riconosciuto dalle vittime dei quattro scippi. Insomma non c’erano indagini particolarmente complesse da fare. Il pubblico ministero di udienza ha provato a spiegare che nel corso del dibattimento è cambiato il giudice e questo ha provocato un rallentamento del processo, anche se non spiega perché Rosati sia arrivato in aula a più di tre anni dai fatti contestati.
Dal punto di vista sostanziale non cambia molto, visto che l’imputato era già detenuto per altre cause (leggi i tanti scippi che ha continuato a fare almeno fino al 2011), ma dal punto vista dell’efficienza della macchina della giustizia non è un bel segnale. Del resto Rosati era rassegnato al peggio fin dal maggio 2011, quando fu arrestato, indovinate un po’, per uno scippo ed elesse domicilio in via della Montagnola, cioè alla Dogaia. L’ultimo arresto di Rosati risale al marzo dell’anno scorso, quando evase da una casa famiglia di Fivizzano (Massa), dove era agli arresti domiciliari, dopo aver rubato l’auto di un consigliere comunale per andare a salutare la mamma a Prato.
Paolo Nencioni
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