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Prato

Caporalato nel Chianti I Coli vogliono patteggiare

PRATO. Vogliono rientrare al più presto in possesso della loro azienda, ora affidata a un amministratore nominato dal Tribunale. Per questo i membri della famiglia Coli, proprietari dell’omonima...

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PRATO. Vogliono rientrare al più presto in possesso della loro azienda, ora affidata a un amministratore nominato dal Tribunale. Per questo i membri della famiglia Coli, proprietari dell’omonima azienda agricola a Tavarnelle Val di Pesa e indagati nell’inchiesta del sostituto procuratore Antonio Sangermano sul caporalato, hanno formalizzato ieri una richiesta di patteggiamento. La richiesta arriva dopo gli interrogatori cui si sono sottoposti Giampiero, Filippo, Giacomo e Gianluca Coli, nel corso dei quali gli imprenditori hanno fatto molte ammissioni rispetto ai reati contestati dalla Procura, fatta eccezione per l’accusa di aver adulterato il loro Chianti. Questo lo negano, nonostante Filippo e Giampiero Coli siano poi stati coinvolti nell’inchiesta sul rosso toscano spacciato per Sassicaia della Direzione distrettuale antimafia di Firenze.

Nell’inchiesta pratese i Coli sono accusati di aver reclutato decine di richiedenti asilo per lavorare nei loro campi e di averli pagati 4 o 5 euro l’ora grazie all’intermediazione del pachistano Tariq Sikander, poi diventato il principale testimone dell’accusa.

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