Il Tirreno

Prato

Stop al lavoro illegale Appello della Cgil alla città

Il segretario generale Filctem Brezzo: «Le vittime anche lavoratori italiani» Sotto accusa un sistema produttivo che in buona parte è fuori dalla legge

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PRATO. «Prato non è come sembra la capitale della logistica e della distribuzione della moda, ma del lavoro illegale che colpisce lavoratori cinesi e non, ed ora mina le condizioni anche dei lavoratori italiani». A dirlo in modo netto e chiaro è Massimiliano Brezzo, segretario dei lavoratori chimici, tessili e dell'energia della Cgil pratese, durante la conferenza stampa che si è tenuta ieri mattina nella sede di piazza Mercatale, per mettere in luce una situazione sempre « più complessa e sempre più vessatoria sui lavoratori dove emerge una Prato illegale che fa perno su un sistema produttivo in buona parte fuori dalla legge».

La denuncia pubblica della Cgil ha lo scopo di mettere insieme prima possibile tutte le forze sindacali della città, le associazioni di categoria, la Confidustria e la Procura della Repubblica, per indagare sul mondo del lavoro pratese, in particolar modo delle confezioni, stamperie e rifinizioni in mano al mondo economico orientale. A subire i costi pesantissimi di quanto denunciato in piazza Mercatale sono proprio i lavoratori che, secondo la Filctem e le informazioni in suo possesso, vengono addirittura suddivisi per etnia e provenienza. Insomma, i lavoratori cinesi, spesso irregolari, avrebbero un tipo di trattamento con un salario dal quale verrebbe prelevato il vitto, l'alloggio e altri costi; africani, bengalesi e pachistani un altro trattamento con situazioni che andrebbero ben oltre ogni minima regola contrattuale e di sicurezza lavorativa.

«Ci sono tintorie e stamperie - spiega Brezzo - nelle quali gli orari (tutti falsi part-time) e le retribuzioni (tutte conguagliate a nero) sono divisi su base etnica, in base alla ricattabilità del lavoratore: gli italiani, che non hanno al momento alternativa alla disoccupazione, fanno circa 10 ore per sei giorni per un salario che sarebbe decente per otto; i cinesi, a cui viene fornito anche vitto e alloggio, hanno un salario che è onnicomprensivo e l'orario non ce l'hanno proprio; gli altri immigrati, spesso africani, bengalesi o pakistani, "devono" fare anche 14 ore al giorno (domenica compresa) per un compenso intorno ai mille euro. Ma spesso vengono pagati con mesi di ritardo perché obbligati a risultare assunti in attesa del rinnovo dei documenti. In più abbiamo già le prime avvisaglie di atteggiamenti razzisti e vessatori». «Si tratta di una situazione - continua Brezzo - che fa di una buona parte della città un sistema produttivo illegale che ora investe anche gli italiani. Ci sono ormai molti lavoratori italiani che licenziati per la chiusura di aziende, come sta accadendo nel Macrolotto 1, si ritrovano dipendenti di aziende straniere a quelle condizioni che stiamo denunciando, e che sono ormai fuori da ogni limite». Una città invisibile, insomma, chiusa nei landroni e nei capannoni delle fabbriche dove emergono in modo sempre più allarmante condizioni di lavoro paradossali e ben oltre la legalità. «Nel luglio 2015 inoltre - ricorda Brezzo - , insieme a Confindustria Prato, abbiamo elaborato un documento congiunto, che suggeriva anche dove, come e quando colpire il "sistema" e lo abbiamo consegnato al prefetto sperando che le cose cambiassero. Ma così non è stato». Ora la nuova denuncia pubblica della Cgil. Per questo Massimiliano Brezzo ha invitato tutto il mondo istituzionale e del lavoro pratese a "indignarsi" e a radunarsi quanto prima, già domani, per analizzare il fenomeno e decidere le operazioni concrete per contrastarlo. «Se c'è la volontà politica, questo si può fare - conclude Brezzo - e già a fine mese scrivere assieme le regole per un sistema che contrasti l'illegalità».

Alessandro Formichella

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