Il Tirreno

Prato

Espulso per motivi di sicurezza l’imam di via Ferrara

di Massimo Mugnaini
Espulso per motivi di sicurezza l’imam di via Ferrara

La Digos sospetta che volesse reclutare giovani adepti Paura dopo il trasferimento dei familiari in Pakistan

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PRATO. Viveva a Firenze e faceva l’imam a Prato, l’ultimo dei 127 presunti terroristi che il Viminale ha espulso dall’Italia. Si tratta di un cittadino pakistano di 42 anni, Mahmaud Khan Zia Afzaal. Il ministro dell’Interno Angelino Alfano ne ha confermato l’espulsione – risalente ad alcuni giorni fa – ieri mattina. L'uomo, in Italia dal 2006, risiedeva nel capoluogo toscano ma visitava spesso Prato, dove frequentava come guida spirituale un luogo di culto tabligh in via Ferrara. «Il cittadino pakistano espulso aveva maturato un rapido processo di radicalizzazione - ha spiegato il ministro Alfano - nonché indotto all’estremismo un suo connazionale, già espulso per motivi di sicurezza dallo Stato nell'aprile del 2015». Dal primo gennaio 2016, sono già 61 gli stranieri espulsi dal territorio nazionale nell’ambito del contrasto all'estremismo religioso. La misura dell’espulsione nei confronti di Mahmaud Khan Zia Afzaal è stata eseguita dagli uomini della digos fiorentina diretti da Lucio Pifferi. Gli agenti tenevano sotto controllo l’Imam da almeno un anno. Nel 2015, gli 007 nostrani avevano già espulso un suo “allievo”: Yahar, 27 anni, cittadino pakistano, che voleva diventare un “foreign fighter” e andare a combattere contro l’Occidente nei teatri di guerra mediorientali e asiatici. Yahar frequentava siti jihadisti, mentre su Facebook seguiva attivamente i ‘leader’ della lotta armata islamista. In possesso di un regolare permesso di soggiorno, il 27enne plagiato forse proprio dal compatriota espulso pochi giorni fa dal Viminale, lavorava come facchino presso una cooperativa legata alla Tnt, ditta di spedizioni di Calenzano. Lavorava e pregava, Yahar. Unici amici quelli della moschea. La stessa in cui pare predicasse, coi suoi lunghi sermoni, Afzaal. E come per Afzaal, anche per Yahar il sospetto degli uomini della digos era che l'uomo si stesse avviando sulla strada della lotta armata con un trasferimento nella zone di guerra o che potesse, prima o poi, iniziare attività di reclutamento sul territorio. Quest’ultimo, in Italia da 10 anni, ha una moglie pakistana e una compagna italiana. Da entrambe ha avuto negli anni diversi figli. La scorsa estate, l'uomo ha mandato tutta la “doppia famiglia” in patria e soltanto qualche settimana fa è rientrato in Italia, da solo. Un campanello d’allarme importante, questa “solitudine” improvvisa, per gli inquirenti. Secondo quanto ricostruito dagli agenti della digos inoltre, fino a un anno fa Afzaal faceva il commerciante ed era titolare di un piccolo negozio di oggettistica etnica in via Cavour, nel pieno centro storico fiorentino, a pochi passi dal Duomo a dal Battistero di San Giovanni. Dopo la chiusura del negozio etnico, è stata la compagna italiana a mantenerlo economicamente. La donna era già stata a sua volta convertita all’islam radicale da Afzaal. Sempre secondo quanto ricostruito dagli investigatori, il presunto imam terrorista avrebbe voluto fungere da “reclutatore” di giovani leve da indirizzare sulla strada dell'islamismo più radicale. «Le attività investigative e di intelligence hanno riscontrato che lo straniero manteneva contatti in Pakistan con ambienti islamici radicali e con soggetti che sostengono organizzazioni terroristiche attive in Afghanistan» ha spiegato ieri mattina il ministro Alfano. «Prosegue dunque l'intensa attività di prevenzione per abbassare il più possibile il livello di rischio in Italia, pur nella consapevolezza che nessun Paese, oggi, può dirsi a rischio zero» ha concluso il capo del Viminale.

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