Il Tirreno

Prato

Nesi visita la mostra al Pecci: «Una struggente sofferenza»

Riccardo Tempestini
L'astronave Pecci dell'architetto Maurice Nio
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L'astronave Pecci dell'architetto Maurice Nio

Prato, lo scrittore, premio Strega,  “legge” per noi “La fine del mondo”. "Il museo - dice - va sostenuto, frequentato e vissuto"

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PRATO. Fra i visitatori che ieri, sono andati al Centro Pecci per vedere “La fine del mondo”, c’è anche Edoardo Nesi, deputato, scrittore, ma soprattutto da sempre grande appassionato di arte contemporanea. Nesi, autore di otto libri e vincitore di un Premio Strega ( “Fughe da fermo” 1995, “Ride con gli angeli” 1996, “Rebecca” 1999, “I figli delle stelle” 2001, “L’età dell’oro” 2004,”Per sempre” 2007, “Storia della mia gente” 2010, Premio Strega 2011,” Le nostre vite senza ieri” 2012 e l’ultimo uscito l’anno scorso,” L’estate infinita”) conosce bene la storia del museo anche perché la sua famiglia è tra i settanta soci fondatori del Centro.

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Un suo commento sull’anello dorato disegnato da Maurice Nio?

«Da lontano non mi convinceva molto, devo dire. Da vicino, però, mi piace di più. Anche il suo colore è bello, e credo che col tempo lo diventerà ancor di più. Da dentro, poi, almeno in questa mostra, la curvatura è invisibile e c’è come una specie di effetto estraniante. Ci si chiede dove siamo finiti».

Passiamo alla mostra, che ha visitato il giorno dopo l’apertura ufficiale, sicuramente con maggior agibilità, rispetto all’inaugurazione con 12 mila visitatori . Dapprima un giudizio a caldo, una prima riflessione appena dopo la visista.

«La fine del mondo è una mostra che rispecchia appieno l’intenzione brillante e dolorosa del suo curatore Fabio Cavallucci. Fin dall’inizio, dal disastroso crollo del soffitto che Hirschhorn mette in scena, si intuisce subito che è il tessuto stesso del nostro vivere a essere rappresentato. E’ una mostra colma di strappi, di cadute, di pietre, di terra. Un mostra materiale - mai astratta pur nel suo essere immensa astrazione in mezzo al brulicare d’attività di Prato - persino sporca, e pervasa da una struggente sofferenza che a volte mi pare diventare malinconia. Cavallucci ci mostra un dolore nuovo e presente attraverso il lavoro di decine di artisti. Forse quello della sua anima».

Ci spieghi meglio perché la fine del mondo è una mostra ben curata e ben allestita.

«E’ stata la sensazione immediata di non trovarmi in un museo, a sorprendermi, interessarmi, e subito convincermi. C’è qualcosa di letterario, in questa mostra. Molte parole. E poi la certezza ovvia di trovarmi di fronte a un’idea forte ed evidente, pensata e voluta e allestita col coraggio che è sempre necessario, in imprese così. Perché il museo, com’è evidente, non è ancora finito. Ma l’ arte va vissuta in questo modo, credo. Sull’azzardo, e sulla pelle. Deve colpirti nel secondo in cui la vedi per la prima volta, e poi chiederti d’essere rivista mille volte. E’ per questo che ci tornerò spesso, a vedere “La fine del mondo”».

Quali sono le opere che hanno “colpito” di più?

«Sono molte. Il formidabile, davvero formidabile “corridoio” di Oliveira , il soffitto di Hirschhorn, l’ufficio pieno di cemento di Jimmie Durham e la stanza delle pietre...anche il video di Bjork...e poi l’idea di relegare in un angolo i Boccioni e i Duchamp e i Fontana, la commovente e umanissima puntigliosità dell’opera di Hanne Darboven, e il finale di 8 e ½ a introdurre tutti quei lupi lanciati in perpetuo a sbattere contro il vetro... Ma di certo scordo qualcosa».

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Pensa che sia possibile per tutti i visitatori capire “questa” fine del mondo senza un’adeguata preparazione? E’ una mostra facile o difficile ?

«E’ una mostra facilissima, quando si pensa al suo titolo. E’ un concetto unico, che si rispecchia – direi magistralmente - in ogni singola opera. E’ la mostra perfetta per il nostro museo, tra l’altro. Che nasce proprio per mostrare l’arte del nostro tempo, senza cedimenti ai gusti più consolidati».

E per finire, il nuovo Pecci, può davvero aiutare a far tornare Prato al ”L’età dell’oro”?

«Non saprei. Potrebbe. Va sostenuto, un po’ da tutti. Gli va dato forza. Va frequentato, vissuto».

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