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Prato

Caporalato, minacciato il testimone

Caporalato, minacciato il testimone

Il pachistano che ha messo nei guai tre facoltosi imprenditori è stato avvicinato da tre sconosciuti: “Il tuo tempo è finito”

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PRATO. Il testimone chiave dell’inchiesta sul caporalato dei pachistani di Prato nelle vigne del Chianti è stato minacciato da tre sconosciuti. Lo racconta lui stesso, Tariq Sikander, nello studio del suo avvocato Tiziano Veltri. E secondo gli inquirenti non ci sono elementi per pensare che stia raccontando frottole.

Tariq Sikander è il pachistano che lo scorso 18 maggio è stato arrestato con l’accusa di aver reclutato decine di suoi connazionali e di profughi per mandarli a lavorare a 4 euro l’ora nelle vigne e negli oliveti della Coli Spa di Tavarnelle Val di Pesa. Da principale imputato si è poi trasformato in principale testimone d’accusa contro i suoi committenti: le sue dichiarazioni hanno portato all’arresto di Giampiero Coli, titolare della Coli Spa, insieme ai figli Giacomo e Filippo (tutti e tre ai domiciliari). E allo sfruttamento del lavoro da intermediazione illecita si sono aggiunte le accuse di adulterazione del Chianti con uve comprate in Puglia e Sicilia, smaltimento illecito di rifiuti, truffa sui contributi dell’Unione europea.

Tariq Sikander, insomma, si è fatto più di un nemico dal 19 maggio, quando ha deciso di collaborare con gli inquirenti. Questo non significa che sia stato minacciato da quelli che ha accusato, o dai loro amici. Saranno le indagini della Digos a tentare di chiarirlo.

Di sicuro c’è questa coincidenza temporale: il 14 ottobre le pagine dei giornali riportano gli arresti scattati nel Chianti e quello stesso pomeriggio Sikander e il fratello vengono avvicinati dai tre sconosciuti.

«Pioveva, stavamo camminando sul marciapiede - racconta Tariq - quando è arrivata una Toyota nera che si è accostata e ci ha anche schizzato con l’acqua di una pozzanghera. A bordo c’erano tre persone, non li avevo mai visti. Uno è sceso, mi si è avvicinato e mi ha detto “Il tuo tempo è finito, fai il bravo e vai via”. Ha fatto anche il gesto con la mano. Quando è sceso ho visto che in macchina c’era un bastone, ma non siamo stati minacciati con qualche arma. La Toyota è ripartita e la targa non l’abbiamo potuta segnare perché c’era qualcosa sopra, non si leggeva».

Tariq Sikander è comprensibilmente impaurito. Telefona in lacrime a un poliziotto della Digos e poi torna a casa. Il giorno dopo farà denuncia.

«Non ho mai avuto problemi con nessuno qui in Italia, fatta eccezione per la storia con la famiglia Coli - racconta ora nello studio dell’avvocato Veltri - Non so chi fossero quelle persone, ma quello che ha parlato era certamente italiano». Non è la prima volta che tentano di intimidire Sikander. Un paio di giorni dopo le perquisizioni di maggio, il “caporale” pachistano fu convocato nella sede della Coli a Tavarnelle e tentarono di convincerlo a prendersi lui tutte le colpe senza coinvolgere gli imprenditori chiantigiani. Volevano che revocasse l’incarico all’avvocato Veltri e che si facesse seguire dall’investigatore privato Alfio Cosentino, poi arrestato insieme al faccendiere Giuliano Michelucci per il tentativo di inquinare le prove.

Ma se davvero Sikander fosse stato minacciato per le sue dichiarazioni nell’inchiesta sul caporalato, l’iniziativa potrebbe essere stata controproducente. Le sue dichiarazioni, finora non utilizzabili se fosse scappato e non le avesse ripetute in aula, lo diventerebbero proprio a causa delle minacce ricevute. Un pessimo affare per chi volesse farlo ritrattare. Lui ha scelto di mettersi sotto i riflettori, dove in genere si è un po’ più sicuri.

Paolo Nencioni

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