Il Tirreno

Prato

L'imprenditore padrone ai pachistani: "Schiavi negri"

di Paolo Nencioni
La conferenza stampa in Procura, a destra Giuliano Michelucci
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La conferenza stampa in Procura, a destra Giuliano Michelucci

I retroscena dell'inchiesta sul caporalato nelle vigne del Chianti. Il reclutatore dei pachistani racconta ai magistrati come funzionava il sistema e mette nei guai i titolari della Coli Spa

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PRATO. «Schiavi negri, fate quello che volete tanto ne trovo quanti ne voglio come voi». Così, secondo il testimone d’accusa Tariq Sikander, l’imprenditore Giacomo Coli apostrofava i pachistani che Sikander portava a lavorare senza contratto nelle vigne della Coli a Tavarnelle Val di Pesa. La frase è stata riportata durante l’interrogatorio cui il “caporale” Sikander è stato sottoposto dagli inquirenti lo scorso 19 maggio, tre giorni dopo essere stato minacciato da un paio di investigatori assunti dalla famiglia Coli perché non facesse dichiarazioni compromettenti. Giacomo non ha paura di nulla, ha aggiunto Sikander, e io stesso ho protestato per le condizioni disumane con cui venivano trattati gli operai. Dall’imprenditore si sarebbe sentito rispondere che le condizioni erano quelle, prendere o lasciare. Aggiunge il pachistano che Coli aveva l’ambizione di superare Antinori nel Chianti.

Sikander, va detto, non è da meno. Stipa fino a 18 connazionali in un appartamento di via Marx e li paga una miseria. «Perché avete continuato a lavorare per lui?» chiedono gli inquirenti a un ventenne pachistano, uno dei sette che hanno accettato di rispondere alle domande. «Non ho soldi ed ero costretto a lavorare per lui perché era l’unico che mi offriva un lavoro e anche se la paga era bassa e le condizioni dell’alloggio proibitive, mi accontentavo, così almeno potevo mangiare e dormire in un letto». Di Giacomo Coli, Sikander dice che gli aveva assicurato che non ci sarebbero stati controlli nelle sue vigne perché «era amico di un carabiniere che ha la casa all’Impruneta». E diceva di essere amico anche di un carabiniere di Siena in servizio a Poggibonsi.

Nei due interrogatori a cui viene sottoposto (19 maggio e 1° luglio), Sikander parla anche dei suoi rapporti coi professionisti: «Ho chiesto a Paolo Baldi e al commercialista Alessandro Magni di predisporre busta paga e altri documenti, alcuni dei quali veri e altri falsi. Io prendevo 60 euro per procurare al cittadino extracomunitario una busta paga falsa. Vendevo dichiarazioni di ospitalità false presso la mia abitazione di via Marx 86 a 100/150 euro l’una. Sia Baldi che Magni sapevano che i documenti da me richiesti erano falsi, nel senso che si riferivano a rapporti di lavoro inesistenti».

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