Il presidio
I profughi animano l’installazione
Performance di Pippo Delbono intorno alla “Classe morta” di Tadeusz Kantor
PRATO. I barbari protagonisti assenti dell’omonima poesia di Konstantinos Kavafis hanno preso le sembianze di un gruppo di richiedenti asilo, in carne ed ossa, protagonisti presenti della performance di Pippo Delbono nella sala 8 del Pecci, quella che ospita l’installazione di Tadeusz Kantor ispirata allo spettacolo “La classe morta”.
È uno dei punti più toccanti del percorso attraverso “La fine del mondo”, dieci minuti che invitano a riflettere sulla condizione dei migranti, come già hanno fatto due recenti mostre di artisti cinesi a Palazzo Strozzi (quella di Ai Weiwei è ancora in corso).
Su una parete viene proiettata l’immagine di uno specchio d’acqua e scorrono i sottotitoli in italiano di un testo che viene letto in inglese da un richiedente asilo fuori campo. Racconta del lungo viaggio dal suo paese verso la terra promessa che è l’Europa, le sofferenze, le privazioni, gli amici coi quali si è condiviso tutto e che in qualche caso non ce la faranno.
Poi compaiono i richiedenti asilo che sfilano intorno alla “classe morta” di Kantor, Pippo Delbono li accompagna in questo peregrinare, fino a quando ordina il rompete le righe e recita la poesia “Aspettando i barbari” di Kavafis, quella in cui si racconta del Senato romano che per un giorno intero attende i barbari che non arriveranno mai: “S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti. Taluni sono giunti dai confini, han detto che di barbari non ce ne sono più. E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi? Era una soluzione, quella gente”.
Ai confini dell’Europa, oggi, i “barbari” non mancano. Per alcuni sono un problema, per altri una soluzione (se non altro perché coi loro contributi pagheranno centinaia di migliaia di pensioni anche agli italiani). Pippo Delbono lascia la questione in sospeso, mentre il pubblico sciama via in direzione di altre opere.
Paolo Nencioni
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