Il Tirreno

Prato

Il Pecci visto da quattro artisti pratesi

di Riccardo Tempestini
Il Pecci visto da quattro artisti pratesi

La stroncatura di Martinelli: «Una dittatura del gusto imposta dai direttori», la giovane Paci: «Aprire alle avanguardie»

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PRATO. Tre domande a quattro artisti pratesi “doc”: Andrea Abati e Andrea Martinelli, di “casa” al Pecci fin dalla sua apertura 28 anni fa; le artiste emergenti Chiara Bettazzi e Silvia Paci, che del Pecci hanno seguito un solo pezzo di storia: Chiara nel 1988 aveva 11 anni, Silvia è nata in quell’anno. “Senior” e “junior” raccontano, dai rispettivi punti di vista, le aspettative sul Centro di arte contemporanea di Prato, riflettono su quanto è stato fatto o non fatto e raccontano quali sono le prospettive del “rinnovato” museo.

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Andrea Abati. «Quando il Pecci aprì - racconta l’artista - mi aspettavo la possibilità di crescere, conoscere, vivere in mezzo ad artisti importanti, condividere esperienze, vedere nascere opere poi celebrate, incontrare stimolanti curatori e generosi collezionisti. Questo, in parte è avvenuto, ma troppo lentamente: forse è mancato un consolidato retroterra, un’abitudine diffusa a frequentare il Museo che doveva diventare il “brand- Prato”, rilanciare il nostro “made in”. Il Centro però - aggiunge l’artista - ha sempre convissuto con risorse insufficienti, non tali da poterlo far divenire un riferimento internazionale».

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Abati è convinto che al Pecci sia stato fatto molto ma non tutto quello che era necessario. «Purtroppo è stato chiuso molto tempo - dice - era vuoto, come invecchiato. Ora riparte, ma non parte “da nuovo”».

L’auspicio di Abati è che «nel mondo si riparli del Pecci come un centro per l'arte contemporanea d’ interesse nazionale, non solo regionale, e perché no, anche internazionale. Un centro forte, sano e innovatore. Vorrei che continuasse a coinvolgere, emozionare e far riflettere sul passato, sul presente e - conclude, sul futuro».

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Andrea Martinelli. «Mi aspettavo - dice secco l’artista - ciò che in realtà è accaduto: la creazione di un museo freddo, algido, distante dalla città, un museo solo per addetti ai lavori. Il susseguirsi di direttori - prosegue - non ha fatto altro che assecondare i gusti e le scelte di un certo tipo di arte a discapito di altre, che invece una certa fascia di pubblico avrebbe voluto vedere, ma che i vari direttori e collezionisti hanno sempre ignorato, in una sorta di " dittatura del gusto”». Secondo Martinelli, però, «nonostante gli anni di “dittatura”, al Pecci ci sono state mostre notevoli: Gerard Richter, Enzo Cucchi, Domenico Gnoli, Burri e Fontana e poche altre. Ma purtroppo quelle da dimenticare sono una lista lunga e le provocazioni e le cadute di stile non sono mancate». Se il passato del Pecci, secondo Martinelli, è fortemente criticabile, «auspicherei qualcosa di diverso per il futuro ma conoscendo l'operato di Cavallucci a Varsavia - affonda - credo senza ombra di dubbio che la tendenza sarà più o meno quella che abbiamo visto in questi anni, con l'aggiunta del sensazionalismo e del monumentale, cosa alquanto in voga oggi. Per quel pubblico che vorrebbe godersi straordinari artisti come Lucien Freud, Gianfranco Ferroni o Piero Guccione non ci sarà nessuna possibilità. Questo non è successo prima, non succederà ora e non accadrà neppure con quelli che verranno dopo».

 

Chiara Bettazzi. Seconda la fondatrice di Studio Corte 17 di via Genova: «Un museo dovrebbe riuscire a confondersi non solo con le grandi narrazioni dell’Arte, che vivono spesso solo della loro spettacolarità, ma anche con quelle che prendono forma sui territori, riportando l’Arte ad una dimensione legata al quotidiano e non a concetti universali. Mi piacerebbe - afferma - un museo più aperto all’editoria indipendente in cui poter trovare anche musica sperimentale, cinema, architettura, tutto su scala internazionale, certo, ma più vicino al quotidiano e alle sue possibilità generative. Il Pecci come luogo di ritrovo, capace, perché no, di fare da collettore sociale».

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Silvia Paci. E’ l’artista più giovane e da alcuni mesi si è trasferita a Berlino. Silvia spera che la direzione del nuovo museo «continui a promuovere progetti che riguardano artisti emergenti. L'anno scorso ad esempio - dice - ho preso parte al progetto TU35 e vorrei che ci fossero più eventi di questo tipo, dove si dà spazio agli emergenti del territorio. Quindi, sì mostre che guardano alla storia, ma anche apertura alle avanguardie. Mi piacerebbe tornare a Prato - aggiunge - e vedere che si è creato un nuovo luogo di cultura, dove gli artisti "vivi" sono protagonisti».

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Secondo Silvia gli spazi in disuso del Museo «potrebbero essere riconvertiti in laboratori per dare opportunità ai giovani artisti di lavorare, di avere uno spazio a disposizione per esprimersi». Una nota di merito alla biblioteca: «E’ veramente un gioiello - è il giudizio di Silvia - con un interessantissima collezione di testi sui quali, per altro, ho avuto modo di sviluppare la mia tesi di laurea e consiglio tutti di frequentarla» e un augurio: «Caro Pecci - conclude Silvia - da te mi aspetto apertura mentale, voglia di scoprire l'arte viva e soprattutto passione».

 

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