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Prato

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L'ex sindaco Claudio Martini: "Così nacque il Centro Pecci" - Foto

di Riccardo Tempestini
La signora Elda Querci Pecci consegna le chiavi del museo all'allora sindaco Claudio Martini
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La signora Elda Querci Pecci consegna le chiavi del museo all'allora sindaco Claudio Martini

Nel lontano 25 giugno 1988 a tagliare il nastro per l’inaugurazione del Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci furono Elda Querci, vedova di Enrico Pecci, Giovanni Spadolini, presidente del Senato e Claudio Martini, sindaco di Prato e oggi senatore

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PRATO. Nel lontano 25 giugno 1988 a tagliare il nastro per l’inaugurazione del Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci furono Elda Querci, vedova di Enrico Pecci, Giovanni Spadolini, presidente del Senato e Claudio Martini, sindaco di Prato e oggi senatore.

Che cosa si ricorda di quel giorno senatore Martini?
«L'inaugurazione del Centro 'Luigi Pecci' fu un evento a modo suo storico e ricco di prospettive, sconosciute ma potenzialmente illimitate. Per me, fresco e giovane sindaco, fu un momento intellettualmente ed emotivamente straordinario. Per Prato il possibile inizio di una nuova fase, qualcosa di grande e di inedito».

Come nacque e si sviluppò il progetto del museo ?
«Al momento della mia nomina a sindaco, nella Pasqua del 1988, l'operazione 'Pecci' era di fatto conclusa. Tutto era pronto per l'inaugurazione, fissata per il 25 giugno. Erano state risolte le questioni progettuali, politiche ed organizzative. E non era stato semplice. La città viveva con un misto di orgoglio e di diffidenza la cosa. Era bello sentirsi finalmente una “capitale culturale”, in una regione che descriveva Prato, talora con sarcasmo, un borgo industriale e poco più. Ma c'era anche chi storceva il naso, dicendo che l'avanguardia artistica non era certo la priorità per una città che soffriva le crisi del tessile mondiale e la concorrenza dei paesi emergenti; e dubitando della stessa operazione di 'urbanistica contrattata' che diede il via alla realizzazione del Centro ed all'urbanizzazione dell'area, per quanto pubblicamente discussa in mille sedi. Venivamo poi dall'accesa discussione sul “Laboratorio Ronconi” e sulla politica culturale cittadina, nella quale per più di dieci anni si erano contrapposti i sostenitori della cultura 'per tutti' e quelli del valore trascinante dell'innovazione e della ricerca avanzata. Insomma, non fu facile, e bisogna dare atto a chi volle arrivare fino in fondo, il sindaco Landini più di ogni altro, di avere visto giusto».

Perché era il momento adatto per aprire un museo di arte contemporanea nella nostra città?
«Dentro l'idea del Centro 'Pecci' stava una concezione forse un po' ingenua ma sinceramente 'progressiva' del rapporto tra economia e cultura, tra crescita sociale e cultura. Sapevamo che Prato doveva elevare qualità le sue produzioni, competere sull'alta gamma, collaborare con gli stilisti, l'alta moda, i mercati più evoluti. Continuare con un tessile 'povero' ci avrebbe emarginato rapidamente, com'era successo ad altre storiche città tessili. Questo richiedeva processi produttivi e macchinari avanzati, ma anche una base culturale nuova e ricca, in sintonia con il gusto, le emozioni, le aspirazioni di vita di un mondo che cambiava ad una velocità imprevista dalle generazioni precedenti. E c'era anche un risvolto sociale: produzioni più qualitative presupponevano una società più istruita, più curiosa e aperta al mondo, proiettata nel futuro. Il 'Pecci' esprimeva simbolicamente intenzioni e scommesse della Prato 'nuova', corroborate dal fatto che nasceva grazie all'impegno di tutta la città: le istituzioni pubbliche, la banca locale, ma da lì a poco sarebbe clamorosamente crollata, gli imprenditori. Un bell'esempio di collaborazione».

Come fu l’inizio del nuovo museo ?
«I primi passi fu coronati da grandi successi e non solo per le belle esposizioni curate da Amnon Barzel, il primo vulcanico direttore artistico. Ma anche per la 'semina' di interesse verso l'arte contemporanea che si realizzò in città. Ricordo ancora la mia emozione nello scoprire, negli anni successivi, tante iniziative private nate proprio sull'onda del 'Pecci': gallerie d'arte contemporanea, ristrutturazione di capannoni ad uso culturale, attività commerciali che aprivano mercati nuovi. Il giorno dell'inaugurazione dentro di noi c'era questo “ mescolo”, vocabolo tutto pratese!, di speranza e di azzardo. Ne parlai a lungo con Elena Pecci e Giovanni Spadolini, che con me tagliarono il primo nastro. Sapevamo di fare storia, non sapevamo se sarebbe stata fino in fondo quella auspicata. Ricordo che usai, nel mio discorso, l'immagine del 'Pecci' come porta aperta verso Firenze e verso l'arte rinascimentale. Noi mandavamo un doppio messaggio alla città del Rinascimento: bisognava occuparsi anche del contemporaneo, non solo del passato; e dovevamo farlo insieme, non l'uno contro l'altro. Purtroppo la cosa non fu ben capita e perdemmo molti anni in inutili polemiche e dispersione di risorse».

Un giudizio sul passato, ma anche un consiglio per il futuro ?
«In questi 28 anni il 'Pecci' si è fatto un nome, in Italia e nel mondo e dobbiamo diffonderlo e rilanciarlo. Ricordo la generosa ed entusiastica 'visione' di Valdemaro Beccaglia, che aveva chiare le sue enormi potenzialità. Ma abbiamo anche perso occasioni, tempo, alleanze, per molte cause, difficili da elencare in un articolo. Il 'nodo' sta oggi, secondo me, nella necessità di una dimensione almeno 'metropolitana' di una iniziativa così grande; di un circuito di arte contemporanea nazionale che funzioni davvero, in collegamento con il turismo e le produzioni più ricche di tecnologie e di comunicazione; di un respiro internazionale nel pensare le mostre e le iniziative, ben al di là dei confini toscani e italiani; di risorse adeguate, non risicate, che vengano dal pubblico e dal privato, dall'Italia come dall'Europa e dal mondo. Abbiamo perso posizioni ma possiamo rifarci, c'è spazio più di prima per questo Centro e noi ne abbiamo bisogno, se possibile, più di prima…».

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