Italia
Morti senza identità, alla scuola Verdi arriva Tamam Shud
E’ ispirato a un delitto avvenuto nel 1948 in Australia «La mia è una performance sulla vacuità delle nostre vite »
PRATO. Il pubblico non è un vero pubblico. E lo spettacolo non è vero spettacolo. In "Tamam Shud" di e con Alex Cecchetti in scena nella scuola di musica Verdi c'è un viaggio. Un viaggio attraverso le storie delle nostre vite che, improvvisamente, vengono cancellate. E muoiono facendoci perdere quelle identità che tanto abbiamo faticato a costruire. Chi muore, e rimane senza essere riconosciuto, diventa il simbolo di un concetto. Come l'uomo di Somerton omicidio da cui la performance di Cecchetti prende ispirazione. O come la donna trovata impiccata a Prato oltre la salita dei Cappuccini, nel novembre del 2007. Perché lo spettacolo in programma con Contemporanea Festivalha fatto pensare a lei.
Cecchetti, ci racconti del suo spettacolo. Di cosa si tratta?
«Innazitutto non è proprio uno spettacolo. Forse una performance. Più che altro almeno per me è un modo, importante, per ridere della morte. Io vivo a Parigi. E a Parigi nell'ultimo anno è diventato importante riderne. E' un viaggio che io faccio insieme alle persone che vengono con me e insieme attraversiamo l'idea della morte che ognuno ha e, facciamo un percorso».
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Il punto di partenza mi risulta sia l'omicidio dell'uomo di Somerton avvenuto nel 1948 in Australia. Un uomo rimasto senza un'identità.
«E' questa la storia che ha dato inizio alle mie riflessioni. Perché morire senza un'identità diventa una prova di grande resistenza. Tutti viviamo cercando di crearcene una e morire perdendola, e quindi di fatto senza averne mai avuta una, come quell'uomo assassinato, fa riflettere. Moltissime storie potrebbero però essere il punto di partenza. Quando ho avuto l'idea di esprimere questo concetto ho trovato questa storia qui. La storia di un uomo di cui in realtà nessuno sapeva niente e quindi una persona senza una storia da raccontare. Non si tratta però di un racconto fedele del fatto di cronaca».
E allora per quale motivo partire da quell'omicidio.
«Lui non è una persona. E' un corpo, il corpo di Somerton Beach. Addirittura è stato creduto per un po' che fosse quello di una persona ubriaca sulla spiaggia senza che nessuno andasse ad appurare di cosa si trattasse. Una morte, quindi quella che io rappresento, che è raccontata come il sonno di un ubriaco. Come appunto la fine di una poesia. Un corpo che non ha né il suo nome né il suo cognome ma solo la sua morte».
Parla di fine di una poesia. Taman Shud, il titolo della sua performance è proprio questa. E tradotto significa proprio "è finita".
«Sì del poeta persiano Omar Khayyam. E' la fine di una raccolta magnifica di poesie, l'una infilata dietro l'altra come perline su una collana. Parla di una persona che si sveglia al mattino e decide di andarsene. La storia è davvero molto bella. Prima quest'uomo decide di incontrare in un giardino le persone più amate e ha in mano un calice di vino. Alla fine di questa storia, che lui vive con leggerezza estrema, si scopre vecchio e davvero se ne va. Lascia però il suo bicchiere di vino nel giardino come se solo quel vino fosse una storia che continua. E' una meditazione sulla morte».
Cosa c'è però di così forte per lei tra morte e identità. Tanto quasi da desiderare la perdita dell'identità con la fine?
«Non faccio nessuna comunicazione moralista. Metto in evidenza un fatto. Siamo abituati a costruire un'identità che poi perdiamo. Oggi è difficile perdere un'identità. Viviamo in un sistema di identificazione, di marketing, di riconoscibilità. Vogliamo essere noi a dispetto degli altri. Io creo un'incantazione collettiva. Perché a un certo punto moriranno tutti, moriremo nella performance: parleremo di memorie e di ricordi che non esistono. Di vacuità dell'identità, della certezza che certe cose che accadono non è detto che domani esistano. Che ci creiamo storie che poi vengono cancellate. E chi muore senza nome è il simbolo di tutto questo».
A Prato è morta una donna nel 2007. E' stata trovata impiccata a un olivo. Anche lei come il caso di Somerton è rimasta senza nome. Con mille storie, raccontate attraverso il contenuto della sua borsetta, ma tutte vacue. Conosce questa storia? Ne è stato messo al corrente?
«Quando ho saputo di questa storia Tamam Shud esisteva già. Ne ho discusso con gli organizzatori di Contemporanea festival e dopo che ho raccontato loro il mio progetto mi hanno detto di questo caso. Di tutte le similitudini che c'erano. Ce ne sono molte di storie così. Credo che alcune morti possano essere delle lettere di amore e di disperazione. Altre lettere criminali. O addirittura lettere che non sono indirizzate a tutti. O anche storie personali che poi, misteriosamente, si cancellano. E forse, perdere la propria identità, alla fine è un bene».
Tamam Shud con e di Alex Cecchetti giovedì 29, venerd' 30 settembre e sabato 1 ottobre, ore 19. Scuola di musica Verdi. Biglietto 10 euro, 7 euro (ridotto)
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